Il Consiglio di sicurezza dell’ONU si pronuncia sulla grande diga africana

Pubblicato il 9 luglio 2021 alle 14:04 in Egitto Etiopia Sudan

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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha concordato di sostenere gli sforzi di mediazione dell’Unione africana (UA) nella risoluzione della controversia tra Etiopia, Egitto e Sudan in merito alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga che Addis Abeba sta edificando sul fiume Nilo Azzurro. L’organo ha poi esortato le parti a riprendere i colloqui per giungere ad un compromesso sulle modalità di riempimento del bacino idroelettrico.

Il Cairo e Khartoum si sono entrambe appellate al Consiglio di sicurezza per chiedere di intervenire diplomaticamente nella disputa dopo che l’Etiopia ha iniziato a riempire il serbatoio della diga per il secondo anno consecutivo. “Una soluzione equilibrata ed equa per il riempimento e il funzionamento della GERD può essere raggiunta con l’impegno politico di tutte le parti”, ha riferito al Consiglio l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield. “Questo percorso inizia con la ripresa di negoziati sostanziali produttivi, che dovrebbero svolgersi sotto la guida dell’Unione africana e dovrebbero riprendere con urgenza”, ha affermato l’ambasciatore, aggiungendo che l’UA “è la sede più appropriata per affrontare questa controversia”. 

Addis Abeba è contraria a qualsiasi interferenza del Consiglio di sicurezza nella questione. Anche molti diplomatici dell’organo si sono detti cauti nel coinvolgerlo nella disputa poiché temono che si possa creare un precedente che consenta ad altri Paesi di chiedere aiuto al Consiglio su controversie riguardanti le risorse idriche.

La Tunisia ha proposto una bozza di risoluzione al Consiglio di sicurezza in cui viene richiesta la firma, entro sei mesi, di un accordo vincolante tra Etiopia, Egitto e Sudan sul funzionamento della diga. Non è ancora chiaro, tuttavia, quando e se la risoluzione verrà votata. Il documento, visionato dall’agenzia di stampa Agence France Presse, inviterebbe i tre Paesi “a riprendere i negoziati su richiesta congiunta del Presidente dell’Unione Africana e del Segretario Generale delle Nazioni Unite per finalizzare, entro un periodo di sei mesi, il testo di un accordo vincolante per il completamento e il funzionamento della GERD”. La risoluzione aggiunge che l’accordo dovrebbe “assicurare la capacità dell’Etiopia di generare energia idroelettrica dalla diga, evitando al contempo di infliggere danni significativi alla sicurezza idrica degli Stati a valle”. Il documento esorta infine “i tre Stati ad astenersi dal rilasciare dichiarazioni o intraprendere qualsiasi azione che possa compromettere il processo negoziale, e chiede all’Etiopia di cessare il riempimento unilaterale del serbatoio della GERD”. 

Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha invitato il Consiglio di sicurezza ad adottare la risoluzione tunisina. “Non ci aspettiamo che il Consiglio formuli soluzioni alle questioni legali e tecniche in sospeso, né chiediamo che imponga i termini di un accordo. Questa risoluzione è di natura politica e il suo scopo è di rilanciare i negoziati”, ha chiarito Shoukry. Anche il ministro degli Esteri sudanese, Mariam Sadiq al-Mahdi, ha esortato il Consiglio ad agire chiedendo la ripresa dei negoziati e ha invitato l’Etiopia ad astenersi da qualsiasi misura unilaterale. Il ministro etiope delle Risorse Idriche, Seleshi Bekele Awulachew, ha fatto sapere che un accordo sul funzionamento della diga sarebbe “a portata di mano” e ha definito “deplorevole” che l’Egitto e il Sudan abbiano spinto per chiedere la riunione del Consiglio di sicurezza. “Esortiamo i nostri fratelli e sorelle egiziani e sudanesi a capire che la risoluzione della questione del Nilo non verrà dal Consiglio di sicurezza. Può venire solo da trattative in buona fede”, ha detto Bekele. L’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, ha suggerito ai tre Paesi di incontrarsi a New York per cercare di risolvere i loro problemi.

Martedì 6 luglio, le Nazioni Unite avevano invitato Egitto, Etiopia e Sudan a riprendere i colloqui sul funzionamento della diga, esortandoli ad evitare qualsiasi azione unilaterale. “Le soluzioni devono essere guidate dall’esempio, da soluzioni che sono già state trovate per altri che condividono corsi d’acqua, che condividono fiumi, e si devono basare sul principio di un utilizzo equo e ragionevole e sull’obbligo di non causare danni significativi”, aveva detto davanti ai giornalisti a New York Stephane Dujarric, portavoce del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Egitto e Sudan spingono l’Etiopia a firmare un accordo vincolante, ma quest’ultima insiste per accordarsi solo su una serie di linee guida. Il governo del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha affermato che il Paese andrà avanti con il riempimento del serbatoio della diga anche in assenza di un accordo. “L’Etiopia non intende danneggiare altri Stati. La nostra intenzione è quella di lavorare con gli altri e di migliorare il nostro status”, aveva dichiarato Abiy, davanti al Parlamento, a inizio settimana, sottolineando che Addis Abeba era determinata a terminare e ad utilizzare al più presto la GERD. La seconda fase di riempimento del serbatoio dovrebbe riuscire a catturare 13,5 miliardi di metri cubi di acqua. Il Cairo si è detto più volte contrario alla mossa, in quanto la considera una minaccia alla stabilità regionale, soprattutto per i Paesi a valle del Nilo. Anche il Sudan è dello stesso parere. L’Etiopia, al contrario, sostiene che l’aggiunta di acqua al serbatoio, specialmente durante le forti piogge di luglio e agosto, sia una parte naturale del processo di costruzione.

L’Etiopia aveva iniziato a riempire il serbatoio della diga lo scorso anno, dopo che i tre Paesi non erano riusciti a concludere un accordo legalmente vincolante sul suo funzionamento. I funzionari etiopi sperano che il progetto, ora completo per più di tre quarti, raggiunga la piena capacità di generazione di energia nel 2023. Il Sudan, tuttavia, è preoccupato che l’opera possa aumentare il rischio di inondazioni e compromettere il funzionamento delle sue dighe sul fiume Nilo. Il governo di Khartoum afferma che almeno 20 milioni di persone, più della metà della popolazione del Paese, potrebbero essere colpite se l’Etiopia riempisse e gestisse la diga senza coordinarsi con le altre parti interessate. Nel frattempo, l’Egitto ha definito la diga una minaccia esistenziale perché teme di ridurre le sue quote idriche. Il Paese, che ospita oltre 100 milioni di persone e ha scarse riserve di acqua, fa affidamento quasi interamente sul fiume Nilo. 

La costruzione del più grande sistema idroelettrico africano, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari, dovrebbe generare più di 6.000 megawatt di elettricità. A gennaio, il Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope aveva garantito che, nonostante gli ultimi ritardi e le trattative in sospeso, la diga avrebbe cominciato la sua produzione a fine 2020 e sarebbe diventata pienamente operativa nel 2022. Si pensa che la diga, una volta terminata, renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia della regione dell’Africa orientale. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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