La politica russa delle “armi migratorie” in Crimea

Pubblicato il 6 luglio 2021 alle 6:46 in Russia Ucraina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il rappresentante del gruppo di monitoraggio dell’Istituto per gli studi strategici del Mar Nero, l’esperto ucraino Andrii Klymenko, ha dichiarato, lunedì 5 luglio, che dal 2014, anno in cui la Russia ha “annesso illegalmente” la Crimea, un milione di russi sono migrati verso la penisola.

La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Ucraina Ukrinform, il medesimo 5 luglio. La popolazione della Crimea prima del conflitto russo-ucraino del 2014 ammontava a 2.350.504 persone. Tuttavia, durante gli anni di occupazione moscovita della Repubblica autonoma di Crimea e della città di Sebastopoli, i flussi migratori provenienti dalla Russia hanno portato la popolazione a un totale di circa 3.100.000 persone.

Per l’esperto, il rischio maggiore è che, con il tempo, i cittadini russi costituiranno la percentuale più alta della popolazione nella penisola che l’Ucraina continua a rivendicare. Klymenko ha spiegato che l’uso di “armi migratorie” e dell’ “alterazione socio-culturale della popolazione” rappresenta un chiaro esempio della politica di cui la Russia si è servita sin dai tempi dell’Unione Sovietica. Citando lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale, l’esperto di Kiev ha sottolineato che il trasferimento di popolazione civile operato da parte della “potenza occupante” rappresenta un “crimine di guerra”.

La Crimea è diventata una regione russa il 16 marzo del 2014 a seguito di un referendum in cui il 96,77% degli elettori della Repubblica e il 95,6% degli abitanti di Sebastopoli votò per l’annessione alla Russia. Il referendum si è tenuto un mese dopo il colpo di stato che ha avuto luogo in Ucraina, il quale ha innescato un conflitto armato interno nel Sud-Est del Paese. Mosca ha ribadito più volte che gli abitanti della penisola hanno votato nel pieno rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e hanno fatto “una scelta consapevole a favore della Russia”. L’Ucraina, dal canto suo, considera la Crimea territorio ucraino temporaneamente occupato. Della stessa posizione sono Stati Uniti e Unione Europea. In seguito all’annessione illegale delle regioni ucraine, Kiev portò Mosca davanti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU). Nella sentenza europea, emessa il 14 gennaio, si attribuiva alla Federazione Russa la responsabilità per le violazioni dei diritti umani in Crimea. Nel conflitto, sono state riportate quasi 13.000 vittime.

È importante tenere a mente l’organizzazione territoriale e normativa prevista da Kiev per comprendere perché l’Ucraina definisce “illegittimo” il referendum del marzo 2014. L’area della Repubblica di Ucraina è suddivisa in 27 regioni, di cui 24 province, una repubblica autonoma, la Crimea, e due città con statuto speciale, Kiev e Sebastopoli. La Crimea, grazie al suo status speciale, ha una propria Costituzione, approvata nel 1998. Quest’ultima è andata a sostituire quella del 1992 che conferiva un maggiore grado di autonomia alla Crimea. Stando a quanto contenuto nel documento normativo del ’98, la Crimea ha continuato ad avere un certo grado di autonomia, tuttavia, il Parlamento ucraino può porre il veto a qualsiasi legge approvata dal Consiglio Supremo della Repubblica autonoma di Crimea. In questo caso, le autorità di Kiev non hanno considerato “valide” le elezioni del 2014.

L’Unione Europea ha condannato duramente le azioni militari che la Federazione Russa ha condotto nella penisola. Uno dei mezzi di cui si è servito il blocco dell’UE è quello delle sanzioni, le quali vengono estese ciclicamente finché i territori occupati non torneranno sotto la giurisdizione dell’Ucraina. Il 21 giugno, il Consiglio degli Esteri dell’UE ha annunciato la proroga delle misure restrittive contro Mosca per “l’annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli”, avvenuta nel 2014.

Le misure restrittive dell’UE relative ad azioni che hanno minacciato l’integrità dell’Ucraina furono sottoscritte, per la prima volta, il 17 marzo 2014, in occasione di una Sessione straordinaria del Consiglio “Affari esteri” sulla situazione in Ucraina. Quell’anno, furono altresì sospesi i preparativi per il vertice G8. Quest’ultimo, che si sarebbe dovuto tenere a Sochi, nel giugno 2014, si tenne, il 4 e il 5 giugno 2014, a Bruxelles, nel formato del G7, escludendo la Russia. Inoltre, i leader dell’Unione Europea sospesero i colloqui bilaterali con la Russia sui visti e sul nuovo accordo Russia-UE. Secondo le disposizioni europee del 2014 includono il divieto di importazione, restrizioni sugli scambi e sugli investimenti, il divieto di prestazione di servizi turistici e di esportazione di beni provenienti dalle due regioni.

Oltre a tali misure, l’Unione Europea, nel 2014, aveva elaborato una “lista nera” in cui sono inclusi 177 cittadini e 48 entità giuridiche russe perché “ritenuti responsabili di azioni che minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina”. L’elenco include anche le autorità delle autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, nel Donbass, un’altra aera critica in cui la Russia supporta le forze separatiste.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.