Elezioni parlamentari in Moldavia: lo scontro sarà tra filo-russi e pro-europei

Pubblicato il 6 luglio 2021 alle 12:23 in Europa Moldavia

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In Moldavia l’11 luglio si terranno le elezioni parlamentari anticipate per decretare chi governerà il Paese per i prossimi 4 anni. I gruppi partitici con maggiori probabilità di aggiudicarsi la maggioranza sono due: “Azione e Solidarietà”, di stampo filo-occidentale, e il blocco social-comunista, filorusso e antioccidentale.

Analisti del quotidiano russo Kommersant hanno esaminato, martedì 6 luglio, la situazione politica in Moldavia, fornendo un resoconto delle maggiori forze che potrebbero ottenere la maggioranza alle prossime elezioni. I principali concorrenti sono il Partito di Azione e Solidarietà e il blocco formato dal Partito dei Socialisti e dal Partito dei Comunisti. Il primo gruppo è stato fondato dall’attuale presidente del Paese, l’europeista Maia Sandu, la quale è stata eletta capo di Stato il primo novembre 2020, sconfiggendo il rivale filorusso Igor Dodon. Tuttavia, essendo la Moldavia una repubblica parlamentare, la presidente dovrà ottenere una maggioranza nella legislatura.  

Il secondo gruppo partitico, invece, è guidato da Dodon, il quale si è più volte definito una “forza politica filorussa”. A conferma di ciò la loro campagna elettorale, in gran parte incentrata su affermazioni contro l’Occidente, nonché contro l’Alleanza Atlantica. In tal contesto, è opportuno ricordare che il leader della coalizione pro-russa ha ricoperto il ruolo di presidente della Moldavia dal 2016 al 2020. Supportato da Vladimir Voronin, anch’egli capo di Stato del Paese dal 2001 al 2009, Dodon critica la linea politica dell’attuale presidente a causa dei suoi stretti legami con gli Stati Occidentali, contestando la dipendenza che la Moldavia starebbe sviluppando nei confronti dei blocchi a Ovest.

Da parte sua, la Russia, sin dal 2014, ha sostenuto la campagna elettorale di Dodon e dei partiti di stampo social-comunista. Grazie all’aiuto della Federazione, sette anni fa tale coalizione ha ottenuto un quarto dei seggi parlamentari. Più tardi, nel 2016, il partito ha portato a casa un’altra importante vittoria. Dodon, il 23 dicembre 2016, è stato eletto presidente e ha ricoperto la carica fino al 24 dicembre 2020. Le elezioni dello scorso anno, tuttavia, non lo hanno riconfermato capo di Stato. Per tale ragione, numerosi analisti russi ritengono che il suo obiettivo, al momento, sia quello di farsi spazio tra i seggi parlamentari. Nonostante le sue ambizioni, i sondaggi preliminari hanno rivelato che la preferenza sia per il partito filo-occidentale. Secondo le stime, Azione e Solidarietà potrebbe ottenere il 50,5% dei voti, ovvero la maggioranza parlamentare. Dall’altra parte, si prevede che il blocco siocal-comunista riceverebbe l’appoggio del 32,5% degli elettori.

Un membro del partito europeista, che ha preferito rimanere in anonimato, ha dichiarato a Kommersant che prevede di ottenere circa 58 seggi, su un totale di 101. Se le previsioni dovessero rivelarsi esatte, Azione e Solidarietà avrà i pieni poteri. In tal contesto, numerosi osservatori hanno posto l’accento sul rischio che la Russia interferisca nelle elezioni dell’11 luglio. Analoghi timori erano stati sollevati durante la scorsa campagna elettorale, soprattutto se si considerano gli stretti legami tra Dodon e il capo del Cremlino, Vladimir Putin. Per tale ragione, Sandu si era appellata al sostegno delle istituzioni dell’Unione Europea per possibili “brogli elettorali”. L’attuale presidente, inoltre, aveva denunciato la richiesta che Dodon aveva avanzato nel corso delle scorse elezioni con lo scopo di limitare l’accesso agli osservatori internazionali. Il rischio di brogli elettorali è particolarmente alto nella regione della Transinistra, area separatista e da sempre legata alla Federazione Russa, alla quale aveva richiesto l’annessione a seguito degli sviluppi in Crimea nel 2014.  Nel mese di dicembre 2020, dopo della vittoria di Sandu, migliaia di cittadini sono scesi in piazza a fianco della neoeletta leader per spingere il parlamento a dimettersi e indire le elezioni anticipate.

La Moldavia è stata caratterizzata da governi relativamente stabili dall’indipendenza fino alle elezioni del 2014, in un’alternanza di coalizioni liberal-democratiche pro-occidentali e social-comuniste filo-russe. La coalizione di centro-destra vincitrice – per soli tre seggi – delle elezioni del 2014, tuttavia, non solo è entrata in aperto contrasto con il presidente Dodon, ma è stata caratterizzata da una continua litigiosità, tanto da condurre alla nomina di sei diversi primi ministri in 13 mesi. I restanti tre anni di legislatura, sotto il governo di Pavel Filip, sono stati marcati dalle vicissitudini giudiziarie dell’oligarca Vladimir Plahotniuc, leader del Partito Democratico della Moldavia, di cui Filip era esponente, accusato di traffico di droga sia in Russia sia nell’UE. Il voto del febbraio 2019 ha prodotto un parlamento frammentato ed è stato possibile formare un governo solo a seguito di un accordo tra il centro-destra filo-UE e i socialisti, dopo la fuga di Plahotniuc in Svizzera. La coalizione di centro-destra, tuttavia, è entrata in crisi a novembre e Sandu, che allora ricopriva la carica di premier, è stata costretta a dimettersi. Da allora il Partito Democratico della Moldavia è tornato al governo, in coalizione con i Socialisti. 

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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