Arabia Saudita- Emirati Arabi Uniti: la sfida continua

Pubblicato il 6 luglio 2021 alle 11:10 in Arabia Saudita Emirati Arabi Uniti

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L’Arabia Saudita ha modificato le norme per le importazioni di prodotti provenienti dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), escludendo le merci prodotte in zone franche o che utilizzano componenti israeliane con tariffe preferenziali. La mossa, definita una sfida per gli Emirati Arabi Uniti (UAE), è giunta dopo che le divergenze tra Riad e Abu Dhabi hanno portato al rinvio dell’incontro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e dei loro alleati (OPEC+).

Come specificato nel decreto ministeriale diffuso tramite la gazzetta ufficiale saudita, il Regno escluderà dall’accordo tariffario, raggiunto all’interno del GCC, i beni realizzati da aziende con una forza lavoro composta da meno del 25% di impiegati locali e i prodotti industriali con meno del 40% di valore aggiunto dopo il processo di trasformazione. Come specificato nel decreto, le aziende con una forza lavoro locale compresa tra il 10 e il 25% del totale potrebbero compensare la differenza aumentando il valore aggiunto industriale dei loro prodotti e viceversa. Ad ogni modo, il valore aggiunto non dovrà essere inferiore al 15% per beneficiare dell’accordo tariffario preferenziale.

Inoltre, le merci prodotte nelle zone franche della regione non saranno considerate come prodotte localmente. Le zone franche, uno dei principali motori dell’economia degli Emirati Arabi Uniti, sono aree in cui le società straniere possono operare con una regolamentazione meno rigida e dove gli investitori stranieri possono assumere il 100% della proprietà delle società. Non da ultimo, secondo il decreto, saranno esclusi dal patto i prodotti che contengono una componente fabbricata in Israele o da società possedute completamente o parzialmente da investitori israeliani, o, ancora, da società elencate nell’accordo di boicottaggio arabo riguardante Israele.

“L’idea una volta era quella di creare un mercato unico nel GCC, ma ora ci si rende conto che le priorità dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti sono molto diverse”, ha affermato Amir Khan, economista senior presso la Saudi National Bank, secondo cui l’ultima decisione di Riad ha messo ancora più in luce le divergenze tra i due attori regionali. Questa è giunta dopo che, nel mese di maggio scorso, gli UAE hanno raggiunto un’intesa con Israele in materia fiscale, da inserirsi nel quadro dell’accordo di normalizzazione siglato il 15 settembre 2020.

L’Arabia Saudita è da tempo in competizione con gli UAE, definiti un centro regionale rilevante nell’ambito degli affari e del commercio. Entrambi mirano ad attrarre un sempre maggior numero di investitori e imprese, mentre Riad, descritta come la maggiore importatrice della regione del Golfo, sta provando a mettere in atto misure volte a diversificare la propria economia, divenendo sempre più indipendente dalle entrate petrolifere, oltre che a offrire maggiori opportunità di lavoro alla popolazione locale. Ad ogni modo, gli Emirati Arabi Uniti rappresentano, per il Regno saudita, il secondo partner commerciale dopo la Cina in termini di valore delle importazioni, oltre ad essere un importante centro di riesportazione di prodotti stranieri.

Le divergenze tra Riad e Abu Dhabi sono divenute ancora più evidenti, nel corso degli ultimi giorni, all’interno dell’alleanza OPEC. La questione riguarda, nello specifico, il volume di produzione petrolifera dei prossimi mesi, a seguito dei tagli concordati a partire da aprile 2020, conseguenza della pandemia di Covid-19 e del calo dei prezzi di petrolio. La proposta, avanzata da Riad e Mosca, è di aumentare la produzione di petrolio in modo graduale e, allo stesso tempo, di estendere la durata dei tagli concordati fino alla fine dell’aprile del 2022. Gli Emirati Arabi Uniti, da parte loro, pur concordi ad incrementare la produzione di 400mila barili al giorno da settembre a dicembre, si sono opposti all’estensione del precedente patto, con tagli, di circa 10 milioni di barili al giorno, prolungati fino a marzo 2022. Inoltre, per Abu Dhabi, il volume di produzione del suo Paese, pari a 3,17 milioni di barili al giorno, dovrebbe aumentare a 3,8 barili in caso di proroga dell’accordo.

Il disaccordo ha portato al rinvio della riunione ministeriale dei 23 membri OPEC+ prevista per il 5 luglio, lasciando il dossier irrisolto. Il segretario generale OPEC, Mohammad Barkindo, ha parlato di cancellazione del meeting e, ad oggi, non è stata ancora fissata una nuova data. In tale quadro, il 5 luglio, il prezzo del greggio ha superato i 77 dollari al barile, mentre la situazione di stallo desta preoccupazione nei mercati a livello internazionale.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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