Iraq, Kurdistan: scontri al confine tra la Turchia e il PKK

Pubblicato il 5 luglio 2021 alle 10:57 in Iraq Turchia

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Le forze “speciali” turche e membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) si sono scontrati, nella tarda serata del 4 luglio, nella regione di Dahuk, al confine tra Iraq e Turchia. L’episodio si inserisce nel quadro dell’offensiva lanciata da Ankara contro l’organizzazione paramilitare di etnia curda.

La notizia è stata riportata dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base di fonti delle forze di sicurezza curde, in condizioni di anonimato, le quali hanno dichiarato che gli aerei della Turchia hanno condotto attacchi contro le postazioni del PKK nei pressi della città di Kani Masi, appartenente alla regione di confine di Dahuk. Oltre a provocare incendi, i bombardamenti hanno causato vittime tra le fila del Partito curdo, il cui numero, però, non è stato specificato. In concomitanza con i raid aerei, le forze turche e I membri del PKK si sono scontrati per “diverse ore”.

Come afferma al-Araby al-Jadeed, è da circa due settimane che i droni turchi prendono di mira le postazioni del PKK, provocando la morte di “leader di spicco” del Partito. In realtà, risale al 24 aprile la dichiarazione del Ministero della Difesa turco, con cui è stata annunciata la continuazione di due operazioni contro il Nord dell’Iraq, soprannominate Claw-Lightning e Claw-Thunderbolt. L’obiettivo, è stato specificato dal ministro Hulusi Akar, è preservare la vita di circa 84 milioni di turchi dalla minaccia posta da gruppi terroristici quali il PKK, il movimento Gulen e lo Stato Islamico. Anche per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, l’offensiva mira a porre definitivamente fine alla presenza della minaccia terroristica al confine meridionale turco. “Non c’è posto per il gruppo separatista terroristico nel futuro della Turchia, dell’Iraq o della Siria”, ha dichiarato il capo di Stato, con particolare riferimento ai combattenti curdi. “Continueremo a combattere fino a quando queste bande di criminali, che causano solo lacrime e distruzione, non verranno sradicate”, ha altresì aggiunto Erdogan.

Nel frattempo, funzionari e politici della regione del Kurdistan hanno accusato il PKK di prendere di mira le forze peshmerga della regione. Nello specifico, il leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan, Jameel Hawrami, ha esortato le autorità di Erbil a indagare sull’uccisione di un membro peshmerga, precedentemente rapito da militanti del PKK, nella cittadina di Raparin, a Est di Sulaymaniyya. Tali operazioni, è stato affermato, rappresentano una violazione delle leggi in vigore, in quanto nessuno ha il diritto di rapire forze peshmerga. La notizia del rapimento è stata diffusa il primo luglio da un portavoce delle forze di protezione civile a Raparin, il quale ha dichiarato che l’uomo rapito, mentre veniva trasferito in una roccaforte del PKK, è stato coinvolto in un incidente, che ha provocato la morte di un peshmerga e di altri 2 membri del Partito.

Circa le azioni di Ankara nella regione del Kurdistan iracheno, già nel 2020, il 17 giugno, la Turchia aveva dato inizio a un’altra operazione contro il PKK, soprannominata “Artiglio di Tigre”, avente lo stesso obiettivo delle offensive precedenti. Tale operazione è stata classificata come la più lunga condotta da Ankara nei territori iracheni nel corso dello scorso anno, ed ha causato anche la morte di almeno 6 civili iracheni, il primo dei quali morto a seguito di un bombardamento turco contro il distretto di Bradost, nel governatorato di Dahuk, il 19 giugno. In tale area la Turchia occupa più di 10 postazioni militari, istituite sin dal 1995, mentre continua a mantenere basi militari temporanee di piccole dimensioni, stabilite unilateralmente, nel Nord dell’Iraq. A queste si aggiunge quella a Bashiqa, nei pressi di Mosul, che Ankara si rifiuta di abbandonare. Alla luce di ciò, fonti irachene hanno precedentemente riferito che tali mosse rappresentano, in realtà, i primi passi verso una presenza militare turca permanente, in linea con un “trend in crescita” promosso dal presidente turco.

In tale quadro si inserisce l’episodio del 5 giugno, quando un attacco aereo perpetrato dalla Turchia, per mezzo di droni, ha colpito il campo profughi di Makhmur, nel Nord dell’Iraq, uccidendo almeno 3 persone. Qualche giorno prima dell’incidente, il presidente Erdogan aveva avvertito che avrebbe “ripulito” la struttura, situata a circa 180 km a Sud dal confine turco, perché, a suo dire, rappresentava un rifugio per i militanti curdi.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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