Yemen: l’aeroporto di Sanaa, un possibile perno per risolvere il conflitto

Pubblicato il 3 luglio 2021 alle 7:36 in Medio Oriente Yemen

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La riapertura dell’aeroporto della capitale dello Yemen, Sanaa, ha rappresentato uno dei punti al centro delle ultime discussioni tra gli attori internazionali interessati al dossier yemenita e i ribelli sciiti Houthi. Questi ultimi, però, sembrano aver perso una grande opportunità.

Nelle settimane precedenti alla ripresa della violenta offensiva a Ma’rib, governatorato yemenita considerato dagli Houthi una carta vincente da conquistare prima di sedersi al tavolo dei negoziati, il 5 giugno, delegati del gruppo sciita hanno tenuto colloqui con autorità omanite. In tale occasione, i ribelli hanno ribadito una delle richieste principali per impegnarsi in negoziati di pace, ovvero la riapertura dell’aeroporto internazionale di Sanaa, posto sotto il loro controllo. Come racconta il quotidiano al-Arab, è da agosto 2016 che la coalizione internazionale guidata da Riad ha vietato di usufruire dell’aeroporto della capitale, se non per voli umanitari delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni. La coalizione, nel giustificare la decisione, affermò che gli Houthi avevano impiegato tale aeroporto per scopi militari, come testimoniato dalla presenza di armi di fabbricazione iraniana. In tal modo, però, vennero interrotte le attività presso una struttura ritenuta essere vitale per il Paese.

A un anno dalla chiusura, ad agosto 2017, la coalizione a guida saudita propose alle Nazioni Unite di partecipare alla ripresa dei voli commerciali e di trasporto passeggeri, gestendo la sicurezza dell’aeroporto. Nello specifico, garantendo la sicurezza di merci e persone e frenando le operazioni di contrabbando, Riad era disposta a consentire la ripresa delle attività. Gli Houthi, riporta al-Arab, non commentarono all’epoca tale proposta, ma la loro posizione è sempre stata chiara. I ribelli, ancora oggi, non accettano che l’aeroporto di Sanaa venga gestito da altri attori, in quanto si tratta di un “diritto sovrano dello Yemen”, e il divieto imposto viene considerato un “assedio incondizionato”. Parallelamente, durante i negoziati che hanno portato all’accordo di Stoccolma, siglato il 13 dicembre 2018, le parti non riuscirono a trovare un accordo sul dossier. In tal caso, il governo yemenita propose di sottoporre a ispezioni gli aerei in partenza da Sanaa, presso Aden, nel Sud del paese, o a Seiyun, ad Est. Tuttavia, i ribelli non accettarono il compromesso.

Nel corso del suo mandato, anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite uscente, Martin Griffiths, ha provato a risolvere la questione, mediando tra il governo yemenita e i ribelli Houthi. Il fine è contribuire soprattutto a risollevare la situazione umanitaria, consentendo agli yemeniti, tra le altre cose, di recarsi all’estero per ricevere cure mediche. Al momento, la popolazione è costretta a utilizzare gli aeroporti di Seiyun e Aden, raggiungibili, però, solo dopo viaggi che talvolta durano 24 ore, durante i quali soggetti ammalati rischiano la vita. Neanche la mediazione dell’Oman del mese scorso ha portato a risultati positivi, sebbene in un primo momento sembrava fossero emersi “spiragli di luce”. A tal proposito, l’11 giugno, una fonte vicina agli Houthi ha dichiarato che “il gruppo sciita ha informato la delegazione dell’Oman che la riapertura dell’aeroporto di Sanaa dovrebbe avvenire senza alcun accordo, poiché è un legittimo diritto sovrano”.

Secondo alcuni analisti, assumendo una posizione così rigida, gli Houthi hanno perso un’importante occasione per riaprire l’aeroporto. Come riporta al-Arab, dopo la mediazione Muscat, la quale ha provato a conciliare gli interessi delle due parti belligeranti, governo e ribelli, il Ministero degli Esteri yemenita ha riferito di aver fatto delle “concessioni”. In particolare, l’esecutivo sarebbe stato disposto a riaprire l’aeroporto di Sanaa a condizione che venisse garantita la sicurezza dei cittadini e che lo scalo non fosse utilizzato per reclutare esperti o fornire servizi militari e in materia di sicurezza. A detta del Ministero, riaprire l’aeroporto e revocare l’assedio è tra le priorità del governo yemenita, oltre che al centro delle questioni umanitarie. Ad oggi, però, nulla è cambiato.

Sul fronte economico, la chiusura dell’aeroporto di Sanaa ha causato ingenti perdite alle casse yemenite. Come dichiarato dal direttore dell’aeroporto, Khaled al-Shayef, le perdite materiali ed economiche dovute alla chiusura dell’aeroporto e ai danni provocati dalla guerra ammontano a circa 3,5 miliardi di dollari, mentre oltre 80.000 pazienti, che avevano urgente bisogno di cure all’estero, sono deceduti. Attualmente, più di 450.000 yemeniti necessitano di cure all’estero, ma non hanno la possibilità di spostarsi. Tuttavia, il governo yemenita afferma che l’uso da parte degli Houthi di dati e cifre sulle condizioni di salute derivanti dalla chiusura dell’aeroporto di Sanaa è un modo per risolvere il dossier umanitario a loro favore.

Nessuno dei punti discussi da Oman, Onu e Stati Uniti nel corso degli ultimi colloqui è stato ancora risolto. Oltre alla riapertura dell’aeroporto di Sanaa, si è parlato di un cessate il fuoco, dell’allentamento delle restrizioni a Hodeidah e della ripresa del processo politico. L’obiettivo è porre fine alla crisi yemenita, scoppiata a seguito del colpo di stato Houthi del 21 settembre 2014. Da gennaio 2020, le tensioni si sono particolarmente acuite presso i fronti settentrionali e Nord-occidentali, tra cui Ma’rib. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, i ribelli hanno lanciato una violenta offensiva, tuttora in corso, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe loro di completare i propri piani espansionistici nel Nord dello Yemen. Ad oggi, però, i ribelli non hanno ottenuto alcun risultato significativo.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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