Donbass: continuano gli scontri, registrata una vittima tra i militanti della DPR

Pubblicato il 2 luglio 2021 alle 12:34 in Russia Ucraina

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Fonti militari dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) hanno riferito, venerdì 2 luglio, che le forze armate dell’Ucraina hanno aperto il fuoco contro le milizie indipendentiste del Donbass, uccidendo un militante e ferendone gravemente un altro. Le truppe della DPR, in risposta, hanno fatto fuoco contro numerose basi militari ucraine, ferendo un soldato. 

Secondo quanto reso noto dall’agenzia di stampa russa RIA Novosti, il Dipartimento militare di Donetsk ha annunciato che, nel corso della mattinata del 2 luglio, le forze armate di Kiev avrebbero iniziato la provocazione, bombardando i principali avamposti del Donbass, regione situata nell’Ucraina Orientale. La controffensiva della DPR è stata condotta utilizzando armi “non proibite dagli Accordi di Minsk”. Le brigate della regione orientale hanno altresì accusato l’Esercito di Kiev di aver intensificato gli attacchi nell’ultimo periodo. 

Parallelamente, l’ufficio stampa del Ministero della Difesa dell’Ucraina ha dichiarato che i “mercenari russi” hanno aperto il fuoco contro diverse aree del Donbass. Tra queste, vale la pena menzionare l’insediamento di Avdiivka, di Pavlopol, di Zaitsevo, di Talakivka, di Shirokino. Un militare dell’Esercito ucraino è rimasto gravemente ferito dagli scontri. Tuttavia, l’agenzia di stampa di Kiev, Ukrinform, non ha specificato in quale zona fosse avvenuto l’episodio.

Nell’Ucraina Orientale, le tensioni tra l’Esercito di Kiev e le brigate indipendentiste del Donbass continuano ad acuirsi, nonostante il cessato il fuoco entrato in vigore il 27 luglio 2020. In tale quadro, è importante sottolineare che l’Ucraina accusa la Russia di supportare, sia militarmente sia economicamente, le brigate separatiste della DPR e dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LDR), entrambe situate nella regione del Donbass. Inoltre, secondo Kiev, Mosca invierebbe mercenari russi, ma anche di altre nazionalità, nelle aree di conflitto per sostenere i militanti separatisti. Pertanto, nelle comunicazioni ufficiali, per identificare le milizie della DPR e della LDR, non di rado l’Ucraina fa riferimento ai “mercenari russi”.

L’ultimo episodio di violenza tra le parti belligeranti che è culminato con una vittima è avvenuto il 24 giugno. A riferirlo è stata l’agenzia di stampa russa Interfax. In tale data, le forze armate di Kiev hanno lanciato un drone carico di esplosivo contro le postazioni militari della DPR, nei pressi del villaggio di Staromikhaylovka, a 20 chilometri a Ovest da Donetsk. L’accatto ha causato la morte di un soldato delle brigate separatiste.

Gli accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno di insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, il bilancio delle vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est è arrivato a quota 13.000.

A partire dall’ultima settimana di marzo, la Russia ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, la SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona.  Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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