Sudan: manifestanti contestano le recenti riforme economiche

Pubblicato il 1 luglio 2021 alle 11:04 in Africa Sudan

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Centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Khartoum, in Sudan, per chiedere le dimissioni del governo di transizione dopo una serie di controverse riforme economiche. Il malcontento pubblico per le misure, sostenute dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), è cresciuto con il taglio dei sussidi a benzina e diesel, che ne ha fatto raddoppiare il prezzo.

“Vogliamo la caduta del regime” oppure “No alle politiche del Fondo Monetario Internazionale” sono stati alcuni degli slogan gridati, mercoledì 30 giugno, dai manifestanti, accorsi fuori dal palazzo presidenziale di Khartoum, un giorno dopo l’approvazione, da parte del FMI, di un prestito di 2,5 miliardi di dollari e di un accordo per la cancellazione del debito. L’organizzazione finanziaria internazionale ha iniziato a sollevare il Sudan da circa 56 miliardi di dollari di debiti e il primo ministro, Abdalla Hamdok, ha elogiato il popolo sudanese per la sua “pazienza” e “resistenza”. “Siamo sulla strada giusta”, ha detto in un discorso televisivo dopo l’annuncio dell’accordo per la cancellazione del debito.

Il governo di transizione del Sudan, a guida congiunta militare e civile, ha compiuto una serie di passi avanti per cercare di rilanciare l’economia dopo la caduta dell’ex presidente storico, Omar al-Bashir, deposto ad aprile del 2019. Le misure hanno incluso la fluttuazione della sua valuta, l’introduzione di ingenti sussidi governativi, in particolare sul carburante, e la ricerca di investimenti da parte di donatori internazionali. Alcune iniziative, tuttavia, rischiano di impoverire ulteriormente le aree più fragili del Paese e hanno affrontato l’opposizione di molti dei manifestanti pro-democrazia che avevano guidato la rivolta popolare contro al-Bashir, due anni fa.

I partecipanti alle proteste di mercoledì a Khartoum hanno bruciato pneumatici e brandito striscioni con la scritta “Pane per i poveri” prima di essere dispersi dalla polizia, che ha reagito lanciando gas lacrimogeni. Durante il sit-in, il corrispondente di Al Jazeera in lingua araba nella capitale sudanese, Ali Abu Shaleh, è stato prima arrestato e poi rilasciato dalle autorità mentre riferiva sulle manifestazioni. Un altro corrispondente arabo del quotidiano ha specificato che, nel corso della giornata, sono scoppiati scontri tra manifestanti e agenti di sicurezza, con questi ultimi che tentavano di disperdere la folla con la forza vicino alla stazione ferroviaria nel centro di Khartoum e nella sua città gemella Omdurman, che si trova di fronte.

Qualche ora prima, nella mattinata di mercoledì, le autorità sudanesi avevano arrestato diversi membri dell’ex partito di governo, accusandoli di aver pianificato “atti di distruzione”, prima delle proteste pro-democrazia. Almeno 200 membri del Partito del Congresso Nazionale (NCP) sono stati arrestati dalla polizia. Il governo di transizione sudanese accusa regolarmente i lealisti dell’NCP di cercare di minare il suo operato e di voler sconvolgere il Paese. “C’erano gruppi del Partito del Congresso Nazionale che si preparavano ad atti di distruzione”, ha detto Salah Manaa, membro del comitato ufficiale istituito per smantellare i resti delle reti politiche ed economiche di al-Bashir. Il primo ministro Hamdok aveva messo in guardia, già a inizio giugno, sulla possibilità di disordini e sul pericolo di caos e guerra civile alimentato dalla precedente amministrazione.

Il nuovo governo di transizione sta cercando di tenere insieme il Paese fratturato e di ricostruire i legami con l’Occidente dopo la cacciata di al-Bashir. Tuttavia, la perdurante crisi economica alimenta la rabbia pubblica. I sempre più frequenti blackout, che spesso durano tutto il giorno, colpiscono famiglie e imprese a Khartoum e in altre città sudanesi, mentre affrontano un’inflazione del 380% e una carenza di benzina, pane e altri beni primari. Le autorità non riescono a importare il carburante necessario o a pagare per la manutenzione e i pezzi di ricambio delle centrali elettriche, secondo quanto rivelato da funzionari governativi in condizioni di anonimato. Solo un terzo dei quasi 45 milioni di abitanti del Sudan ha accesso all’elettricità, ma la domanda cresce in media dell’11% all’anno, più velocemente della maggior parte delle nazioni africane, secondo un rapporto della Banca Mondiale risalente al 2019.

Il Paese deve affrontare un deficit medio di 1.000 megawatt, ha affermato Osman Dawalbeit, direttore generale della Sudanese Electricity Holding Company, di proprietà del governo, sottolineando l’aumento dei costi del carburante. Il Ministero dell’Energia ha dichiarato, a marzo, che le centrali elettriche del Paese, progettate per produrre 4.000 megawatt, funzionano solo al 45% della loro capacità. Circa la metà dell’elettricità del Sudan proviene dalla combustione di carburante e metà da energia idroelettrica.

Lo scorso anno, il governo sudanese ha firmato un accordo con General Electric volto ad aumentare la produzione di energia fino a 470 megawatt. La nazione sta anche cercando di aumentare le importazioni dai vicini Egitto ed Etiopia, con i quali è attualmente in corso una disputa sulla costruzione di una diga che il Sudan considera una potenziale minaccia per la sua sicurezza idrica. Nel lungo periodo, le rinnovabili potrebbero fornire una risposta. “Il futuro della produzione di elettricità in Sudan è nelle energie rinnovabili, in particolare solare ed eolica”, ha affermato Dawalbeit, aggiungendo che un piano quinquennale per il lancio delle energie rinnovabili ha ricevuto finanziamenti per l’avvio in sei mesi. Il Sudan sta coinvolgendo partner del settore privato di Stati Uniti, Germania, Francia e Turchia. Sono stati avviati progetti di energia solare nelle città di Alfasher, Aldeain e Dongola. Il Paese ha importato la sua prima turbina eolica a inizio giugno.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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