Libano: tra aumenti di prezzi e perduranti proteste

Pubblicato il 1 luglio 2021 alle 12:30 in Libano Medio Oriente

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Per la seconda volta in due giorni, il Ministero dell’Energia libanese ha annunciato un aumento dei prezzi di carburante del 15%, giovedì primo luglio. La mossa è giunta dopo che il Parlamento ha approvato una misura di sostegno finanziario per le famiglie più bisognose, nel tentativo di placare delle proteste sempre più violente.

A soli due giorni di distanza da un primo aumento, pari al 35%, il primo luglio il prezzo del carburante è ritornato a salire. La decisione del governo ad interim, guidato dal premier custode Hassan Diab, mira a far fronte alla perdurante carenza di tale risorsa e a porre un freno alle lunghe code ai distributori di carburante, seppur rischiando di alimentare ulteriormente la rabbia della popolazione libanese, già testimone, da circa venti mesi, di una perdurante crisi economica e finanziaria. Con il primo aumento, introdotto il 29 giugno, il prezzo medio di 20 litri di benzina 95 ottani è aumentato a 61,100 lire, pari a 40 dollari secondo il tasso di cambio ufficiale, ma a meno di 4 dollari secondo il tasso nel mercato parallelo. Il diesel, invece, ha subito un aumento di 12,800 lire, ovvero del 38%, raggiungendo quota 46,100 lire.

Intanto, il 30 giugno, il Parlamento ha approvato una misura che prevede pagamenti in contanti per le famiglie con difficoltà economiche, pari a circa 93 dollari al mese. Il programma costerà circa 566 milioni di dollari all’anno alle casse di Beirut e potrebbe consentire la revoca di un programma di sussidi da 6 miliardi di dollari per i beni di prima necessità, anch’esso destinato ai cittadini più poveri. L’iniziativa verrà finanziata attraverso prestiti della Banca mondiale assegnati a progetti incompiuti, mentre il governo si è impegnato a realizzare un programma di razionalizzazione del sostegno. La misura è stata approvata, seppur con difficoltà, in un momento in cui la Banca centrale libanese ha chiesto al governo di autorizzarla ad attingere alle riserve obbligatorie, una richiesta che lascia presagire che l’istituto finanziario ha quasi esaurito le sue riserve in valuta estera. Le riserve obbligatorie, depositi in valuta forte depositati dai prestatori locali presso la Banca centrale, di solito non sono accessibili, salvo in casi straordinari.

Nel frattempo, la situazione nelle strade del Paese mediorientale è sempre più tesa. A Tripoli, nel Nord del Libano, le forze armate sono intervenute dopo che uomini, non identificati, hanno aperto il fuoco in diversi punti della città. Ad al-Tal, alcuni giovani armati hanno sparato in aria, chiedendo a negozianti e cambiavalute di chiudere i propri negozi per scendere in piazza a protestare contro il deterioramento delle condizioni di vita, oltre che contro i tagli all’elettricità, l’alto tasso di cambio del dollaro e l’aumento dei prezzi di vari beni di consumo. Il sindaco di Tripoli, Riad Yamaq, aveva affermato, prima dell’intervento dell’esercito, che la situazione nella città era fuori controllo. Dopo ore di tensioni, tuttavia, la calma è ritornata a prevalere mentre le forze armate si sono schierate nella città settentrionale per scongiurare un’ulteriore violenta mobilitazione.

La popolazione libanese lamenta condizioni di vita sempre più precarie e una perdurante svalutazione della lira libanese. Negli ultimi giorni, è stato toccato un minimo record, raggiungendo un tasso di cambio pari a circa 18.000 lire rispetto al dollaro USA nel mercato nero, sebbene quello ufficiale continui a rimanere invariato, ovvero 1.507 lire per dollaro. In generale, la valuta libanese ha perso circa il 90% del proprio valore dall’inizio della crisi economica e finanziaria. Oltre ad essere la più grave registrata nel Paese mediorientale dalla guerra civile del 1975-1990, per la Banca Mondiale potrebbe trattarsi di una delle peggiori tre crisi registrate a livello internazionale negli ultimi 150 anni.

In tale quadro, secondo un recente sondaggio dell’UNICEF, nell’ultimo mese, “più del 30% dei bambini in Libano è andato a letto a stomaco vuoto, in quanto non ha ricevuto un numero adeguato di pasti”. Il 77% delle famiglie libanesi, specifica il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, non ha abbastanza cibo o soldi per acquistarne, mentre il 15% dei nuclei familiari ha smesso di garantire istruzione ai propri figli.

A peggiorare il quadro libanese vi è poi una perdurante fase di stallo politico. È dal 22 ottobre 2020 che il primo ministro designato, Saad Hariri, si è impegnato a risanare una situazione politica sempre più precaria. Da allora sono state avviate consultazioni, ma il Paese non è riuscito a trovare una via d’uscita alla crisi, aggravata ulteriormente dalla pandemia di Coronavirus e dall’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha colpito il porto di Beirut. In tale quadro, sono diversi gli attori internazionali che si sono interessati al dossier libanese, esprimendo la propria disponibilità ad aiutare Beirut, a condizione che questa trovi un accordo per formare un nuovo esecutivo indipendente e apartitico.

Non da ultimo, il primo luglio, Papa Francesco ha organizzato un incontro in Vaticano con dieci religiosi cristiani libanesi di spicco, per discutere della difficile situazione economica e politica del loro Paese. “Invito tutti a unirsi spiritualmente con noi nella preghiera affinché il Libano si alzi dalla grave crisi che sta attraversando e mostri ancora una volta il suo volto, il volto della pace e della speranza”, ha scritto il Pontefice in un tweet.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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