Algeria: nominato un nuovo primo ministro

Pubblicato il 1 luglio 2021 alle 9:57 in Africa Algeria

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Il presidente dell’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, ha conferito al ministro delle Finanze, Ayman Benabderrahmane, l’incarico di premier, il 30 giugno. L’obiettivo è, ora, formare una nuova squadra di governo, in grado di far fronte alle problematiche economiche e sociali del Paese Nordafricano.

In particolare, il primo ministro neoeletto è stato invitato ad avviare consultazioni con i partiti politici e con la società civile, così da formare un esecutivo nel minor tempo possibile. Come evidenziato dal quotidiano Asharq al-Awsat, Tebboune sembra aver preferito intraprendere la strada verso un governo tecnocratico e non politico. Benabderrahamane vanta di un’esperienza di circa trenta anni nel settore delle Finanze, dove ha assunto diverse “posizioni chiave” a partire dal 1991. Egli è stato nominato alla guida del Ministero delle Finanze il 23 giugno 2020, dopo aver ricoperto il ruolo di governatore della Banque d’Algerie da novembre 2019. In precedenza, invece, Benabderrahmane ha lavorato all’interno dell’Ispettorato Generale delle Finanze, fino ad assumere la posizione di vicedirettore del controllo, e nella divisione “censura” della Banque d’Algerie. Non da ultimo, nel 2004, egli è stato altresì delegato al Fondo Monetario Internazionale.

Benabderrahmane è stato scelto a seguito di consultazioni tra il capo di Stato e i partiti politici algerini, intrapresi dopo le dimissioni dell’ex primo ministro, Abdelaziz Djerad, del 24 giugno. La mossa è giunta come conseguenza delle elezioni parlamentari del 12 giugno, durante le quali nessun partito ha guadagnato più consensi degli altri, e il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) ha ottenuto solo 98 seggi, ben al di sotto dei 204 necessari per assicurarsi la maggioranza del Parlamento, formato da 407 posti. Tuttavia, si prevede che la maggior parte dei portafogli ministeriali sarà assegnata proprio al Fronte di liberazione nazionale, in qualità di vincitore del maggior numero di seggi parlamentari.

La nomina di un nuovo premier giunge in un momento in cui l’Algeria continua ad essere testimone di una situazione economica e sociale fragile. Stando a quanto rivelato da fonti anonime, l’establishment, dominato dai militari, crede che sostituire il Parlamento e la Costituzione sia il modo migliore per porre fine alla più grande crisi degli ultimi dieci anni. Il movimento di mobilitazione popolare, noto con il nome di Hirak, al contrario, chiede lo sradicamento dell’intero sistema, sulla scia di quanto inneggiato nel corso delle proteste scoppiate il 22 febbraio 2019. Sono state queste ultime a portare alla caduta del regime dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika e alla nomina di un nuovo presidente, Tebboune, eletto il 12 dicembre 2019. Questo si è impegnato sin da subito a rispondere alle richieste dei manifestanti e ad introdurre riforme costituzionali, considerando la Costituzione la “pietra miliare” di una nuova Repubblica. Tuttavia, anche con la nomina del nuovo capo di Stato, la mobilitazione nelle strade algerine non si è mai del tutto placata.

Ad alimentare il malcontento della popolazione vi è un quadro economico sempre più instabile, caratterizzato da un tasso di disoccupazione pari al 15% e un crescente aumento dei prezzi. La precarietà dell’economia algerina è stata confermata anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha previsto un aumento del debito pubblico, per l’anno in corso, dal 53% al 63% del PIL, mentre l’inflazione dovrebbe raggiungere il 5%. La situazione è stata aggravata dal calo dei prezzi di petrolio registrato a seguito della pandemia di Covid-19. Per ristabilire un certo equilibrio sarebbe necessario un costo di 160 dollari al barile, una cifra al momento difficilmente raggiungibile. Nonostante gli sforzi profusi negli ultimi anni, il Paese Nord-africano, abitato da circa 45 milioni di persone, non è ancora riuscito a diversificare il proprio sistema economico, e a renderlo sempre più indipendente dalle entrate di gas e petrolio, le quali rappresentano il 93% dei guadagni in valuta estera. 

Il malcontento della popolazione algerina è stato percepito anche nel corso dell’ultima tornata elettorale, caratterizzata da un ampio boicottaggio da parte del movimento Hirak e dei tradizionali partiti di opposizione. Alle elezioni del 12 giugno, l’affluenza alle urne è stata molto bassa, del 30% circa, considerata la bassa della storia del Paese. La stessa Autorità elettorale ha ricordato che il tasso di partecipazione alle elezioni del 2017 era stato del 35,70%, mentre quello alle elezioni del 2012 del 42,90%. Un’altra grande differenza rispetto alle elezioni passate è stato l’alto numero di candidati indipendenti che ha ottenuto i seggi in Parlamento. Gli islamisti, invece, hanno mantenuto più o meno la stessa quota di prima.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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