Repubblica Centrafricana: uccisa una cooperante di Medici Senza Frontiere

Pubblicato il 27 giugno 2021 alle 10:12 in Africa Repubblica Centrafricana

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Una cooperante dell’organizzazione internazionale non governativa Medici Senza Frontiere (MSF) è rimasta uccisa a seguito di un’imboscata tesa da uomini armati. La vittima si stava dirigendo, insieme ad altri membri dell’organizzazione, verso Batangafo, nel Nord della Repubblica Centrafricana.

La notizia è stata riportata da MSF il 26 giugno, sul proprio account Twitter, ma fa riferimento a un episodio verificatosi il 24 giugno. Stando a quanto specificato, il personale della ONG stava trasportando dei pazienti verso la città di Batangafo quando è stato attaccato da uomini armati. I colpi di arma da fuoco hanno causato la morte di una donna, una cooperante di MSF, deceduta mentre veniva trasportata verso l’ospedale di Batangafo, e il ferimento di altre tre persone, l’autista di uno dei due veicoli, e due pazienti, ovvero una donna e il suo neonato. Questi, ha specificato l’ONG, sono stati ricoverati a Batangafo, ma le loro condizioni sono stabili. Ad ogni modo, Medici Senza Frontiere ha condannato i continui attentati perpetrati contro la propria missione nel Paese africano e contro i pazienti da essa assistita, rappresentando un ostacolo all’accesso all’assistenza sanitaria.

Quello del 24 giugno è il terzo attacco che ha coinvolto membri di MSF attivi in Africa nel corso dell’ultimo mese. Il 25 giugno, la medesima organizzazione ha riferito che tre dei suoi operatori sono stati uccisi “brutalmente” nella regione etiope del Tigray. Il Ministero degli Esteri etiope, nel confermare l’uccisione dei tre operatori, ha specificato che l’episodio si è verificato nell’area di Abi Adi, a 50 chilometri dal capoluogo regionale Mekelle, aggiungendo che in tale provincia opera il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). L’attacco è stato condannato a livello internazionale, mentre le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno richiesto un’indagine indipendente per identificare i responsabili.

La Repubblica Centrafricana è un Paese caratterizzato da un conflitto interno scoppiato nel 2013, il cui inizio coincide con la rimozione dell’ex presidente, Francois Bozize. In particolare, il 10 dicembre 2012, un gruppo di milizie a maggioranza islamica del Nord del Paese, noto come Seleka (“coalizione” in lingua Sango), ha lanciato un’offensiva contro il governo Bozize. Poi, il 24 marzo 2013, i combattenti sono riusciti a prendere il controllo della capitale, Bangui, nel quadro di un colpo di Stato. All’offensiva e alle violenze di Seleka si sono contrapposte le coalizioni anti-Balaka, composte soprattutto da combattenti cristiani del Sud. Il nome, in slang locale, significa “quelli che portano gli amuleti contro i kalashnikov”.

Dopo oltre un anno di violenze, che hanno portato le Nazioni Unite a parlare di genocidio, il 24 luglio 2014, fazioni ex Seleka e rappresentanti anti-Balaka hanno firmato un accordo di cessate il fuoco. Alla fine del 2014, la Repubblica Centrafricana (RCA) è stata di fatto divisa in due parti, con i militanti cristiani che controllavano il Sud e l’Ovest, da cui la maggior parte dei musulmani era stata evacuata, e i gruppi ex-Seleka stanziatisi nel Nord e nell’Est del Paese. Lo stanziamento di truppe internazionali ha cercato di garantire stabilità, ma le tensioni non sono mai cessate.

Da quanto si evince da un’analisi della Jamestown Foundation, nonostante la fragile situazione nazionale in termini di sicurezza, la RCA sta diventando sempre più un’arena di competizione tra attori internazionali, e la Russia è tra questi. Nelle sue azioni nello Stato africano, la Russia si affida principalmente alla cooperazione tecnico-militare, uno dei principali strumenti che hanno assicurato la presenza sovietica nel continente africano durante la Guerra Fredda.

Come evidenziato da Medici Senza Frontiere, sebbene, negli ultimi anni, siano stati registrati meno attacchi contro i civili, migliaia di persone vivono ancora nella paura costante, esposte a percosse, stupri e omicidi, senza un accesso adeguato all’assistenza sanitaria o ad altri servizi di base. Alla fine del 2019, si contavano oltre 687.000 sfollati interni, mentre il numero di rifugiati dalla Repubblica centrafricana nei Paesi vicini ammonta a circa 675.000.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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