UE: estese le sanzioni contro la Russia per il Donbass

Pubblicato il 26 giugno 2021 alle 6:32 in Europa Russia

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L’Unione Europea ha prorogato di altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia. Lo ha annunciato su Twitter, venerdì 25 giugno, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, a margine del vertice del suddetto Consiglio che si è tenuto, dal 24 al 25 giugno, a Bruxelles.

“Abbiamo esteso le nostre sanzioni economiche contro la Russia: Mosca deve fare la sua parte e garantire la piena attuazione degli accordi di Minsk”, ha scritto Michel. Si tratta di sanzioni settoriali rivolte all’energia russa, al settore finanziario e all’industria della difesa. Tali misure proibiscono alle aziende della Federazione di accedere ai mercati europei, vietano l’esportazione e l’importazione di armi, nonché il commercio di tecnologie per la produzione di petrolio.

Le sanzioni sono state introdotte nel luglio 2014 a seguito delle azioni “aggressive russe” nei territori dell’Ucraina Orientale, ovvero nel Donbass e in Crimea. Tali misure vengono rinnovate ciclicamente dalle autorità dell’UE ogni sei mesi. Inoltre, Bruxelles si impegna a supervisionare che la Russia attui gli Accordi di Minsk come da protocollo.

In tal contesto, è importante sottolineare che Mosca ha più volte ribadito di non essere parte attiva del conflitto nel Donbass, ragion per cui non dovrebbe essere tenuta ad osservare l’intesa di Minsk. Dall’altra parte, Kiev accusa la Russia di supportare, soprattutto militarmente, le forze separatiste delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, nel Donbass. Sia Russia sia Ucraina si accusano reciprocamente di non attuare correttamente gli Accordi di Minsk.  

Questi ultimi sono composti dal protocollo di Minsk e dagli Accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OSCE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno di insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, il bilancio delle vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est è arrivato a quota 13.000.

Nel frattempo, il medesimo 25 giugno, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha proposto di indire un formato di negoziati russo-europeo senza il capo del Cremlino, Vladimir Putin. Tale proposta è legata al fatto che il giorno precedente, Francia e Germania avevano suggerito di tenere un vertice di alto livello con Putin per discutere delle questioni di reciproco interesse, nonché delle tematiche di attrito. Tuttavia, numerosi Paesi europei, tra cui le Repubbliche Baltiche e la Polonia, hanno respinto categoricamente la richiesta, affermando che fosse prematuro tenere un Summit con il leader russo nel breve futuro.  Dopo essere venuto a conoscenza dell’iniziativa franco-tedesca di creare un format apposito per il dialogo con la Russia, il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba, ha convocato gli ambasciatori di Francia e Germania in Ucraina per discutere della questione.

Nonostante il conflitto risalga al 2014, a partire dall’ultima settimana di marzo la situazione nel Donbass è tornata instabile e critica, movimentando l’intera comunità internazionale. Da parte sua, la Russia ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est, arrivando a dispiegare circa 100.000 militari in Crimea. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché, oltre che essere finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe, viene fatto rientrare nel quadro delle esercitazioni militari che il Paese ha programmato. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, la SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, entrambe situate nel Donbass, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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