Afghanistan: Biden ribadisce il sostegno di Washington, ma le tensioni continuano

Pubblicato il 26 giugno 2021 alle 19:46 in Afghanistan USA e Canada

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Le Forze di Difesa Nazionale e di Sicurezza dell’Afghanistan (ANDSF) sono state impegnate, nella giornata di sabato 26 giugno, in un’operazione volta a impedire ai talebani di penetrare nella provincia di Baghlan. I nuovi sviluppi sono giunti il giorno successivo a un incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e due leader dell’Afghanistan, il presidente Ashraf Ghani e il capo dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale, Abdullah Abdullah.

Come evidenziato dal quotidiano al-Arabiya, l’Afghanistan continua ad assistere a una violenta escalation. Il 26 giugno, le ANDSF sono riuscite a porre fine all’assedio dei talebani alla periferia di Pul-e-Khumri, il centro della provincia di Baghlan, e a riprendere il controllo del Distretto 2, un’area teatro delle battaglie più violente degli ultimi sette giorni. Tuttavia, residenti locali affermano che il gruppo continua a occupare le zone di Band-e-Do e Blakha. Baghlan-e-Markazi, Dahana-e-Ghori, Tala Wa Barfak, Nahrin, Borka, Jolga, Khost e Guzargah-e-Noor sono tra gli otto distretti di Baghlan fuori dal controllo del governo. Tuttavia, il vicecomandante delle forze speciali a Baghlan, Bahramuddin, ha riferito che le proprie forze sono in prima linea.

Parallelamente, sempre il 26 giugno, un corrispondente di al-Arabiya ha riferito che i talebani hanno condotto un attacco nel distretto di Abshar, nella provincia Nord-orientale di Panjshir, provocando la morte di 15 membri delle forze di sicurezza afghane, mentre altri 8 sono stati rapiti e grandi quantità di armi e munizioni sono state sequestrate. Il governo di Kabul, da parte sua, non ha ancora rilasciato commenti a riguardo. Un’altra regione al centro di tensioni è Kunduz, dove in una sola settimana sono state registrate 29 vittime civili, oltre a più di 225 feriti.

Gli episodi di violenza in Afghanistan sono aumentati da quando Washington ha riferito che intende ritirare tutte le truppe statunitensi entro l’11 settembre. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nei primi tre mesi del 2021, sarebbero stati circa 1.800 i civili uccisi o feriti in Afghanistan, a seguito dei combattimenti tra le forze filogovernative e i talebani. Scopo di questi ultimi, secondo alcuni, è intensificare la propria campagna per il controllo di maggiori porzioni di territorio, in un momento in cui i dialoghi per la pace intra-afghana stanno attraversando una fase di stallo.

In tale quadro si colloca l’incontro di Biden con i due leader afghani, svoltosi il 25 giugno alla Casa Bianca. Nel corso dei colloqui, il presidente degli USA ha ribadito l’impegno del proprio Paese in Afghanistan, affermando che il partenariato tra le due parti non è terminato. Sebbene le truppe di Washington stiano lasciando i territori afghani, il supporto statunitense non finirà, a detta di Biden, il quale ha elogiato Ghani e Abdullah per aver svolto un lavoro complesso e per aver riunito i leader afghani su più fronti. Ora, però, secondo Biden, dovrà essere la popolazione dell’Afghanistan a decidere “il proprio futuro”. Tale dichiarazione è giunta mentre si è in attesa del ritiro di circa 4.000 soldati statunitensi, che dovrebbero abbandonare il Paese nel corso delle prossime due settimane, mentre i comandanti sia degli USA sia della coalizione potrebbero andar via già entro il 4 luglio. In totale, sono 650 i soldati di Washington che dovrebbero rimanere in Afghanistan per garantire la sicurezza del corpo diplomatico.

Ghani, da parte sua, ha ringraziato il capo della Casa Bianca per il sostegno prestato dagli USA negli ultimi 20 anni e ha affermato di rispettare la decisione presa. “Non è un abbandono, è un nuovo capitolo”, sono state le parole del presidente afghano in una conferenza stampa svoltasi a margine del meeting, durante la quale ha messo in luce la necessità di garantire unità e coerenza, e di far sì che la popolazione afghana sia in grado di far fronte alle problematiche anche senza le truppe statunitensi. Parallelamente, i talebani e i loro sostenitori sono stati esortati a porre fine alle violenze. In caso contrario, le forze del Paese sono “perfettamente preparate”. “La forza non è il modo giusto per costringere un afghano alla sottomissione”, ha dichiarato Ghani, mentre Abdullah Abdullah ha affermato che la Repubblica islamica dell’Afghanistan non fermerà i colloqui con i talebani, a meno che il gruppo non chiuda le porte ai negoziati.

È da decenni che l’Afghanistan è caratterizzato da una profonda instabilità politica. In seguito al crollo del regime sovietico, i talebani si sono affermati come gruppo dominante e, alla fine di una sanguinosa guerra civile tra diversi gruppi locali, hanno governato gran parte dell’Afghanistan dal 1996. Dopo essere stati decimati a seguito dell’invasione degli Stati Uniti del 2001 e dell’intervento della NATO nell’agosto 2003, i talebani sono tornati ad essere attivi e a compiere numerose offensive per destabilizzare il Paese. Con una serie di attacchi alle attuali istituzioni afghane, le milizie talebane hanno tentato più volte di riprendere il controllo del governo.

Dopo quasi due decenni di conflitto, un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020, con la precedente amministrazione di Donald Trump, aveva rappresentato un punto di svolta significativo. Tuttavia, l’intesa non ha messo fine alle violenze, e, considerata la perdurante instabilità e l’aumento degli scontri, il 29 gennaio scorso, il presidente statunitense ha affermato di voler riesaminare l’accordo con i talebani. Parallelamente, il 14 aprile, Washington ha confermato il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan entro settembre, tre mesi più tardi rispetto alla scadenza concordata dall’amministrazione Trump, fissata per il primo maggio. Ciò ha portato i talebani ad affermare che non avrebbero partecipato ad iniziative diplomatiche fino a quando i soldati stranieri si sarebbero trovati nel proprio Paese.

Non da ultimo, alla luce del ritiro degli USA, i talebani hanno chiesto ai Paesi confinanti di non ospitare basi militari statunitensi. La richiesta è giunta dopo che Washington ha manifestato l’intenzione di schierare uomini vicino ai confini afghani, per evitare che il Paese diventi un luogo sicuro per i militanti. Per i talebani, però, stabilire basi statunitensi sarebbe un grave errore, in quanto il terreno controllato dal gruppo non sarà utilizzato contro la sicurezza di altri. Per tale ragione, il gruppo ha avvertito che non resterà inerme se ciò dovesse effettivamente verificarsi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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