India: esiti dell’incontro tra Modi e i rappresentanti del Kashmir

Pubblicato il 25 giugno 2021 alle 17:45 in Asia India

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Il primo ministro dell’India, Narendra Modi, ha incontrato i leader di quattordici partiti politici del Kashmir, il 24 giugno, e ha affermato che nella regione saranno indette elezioni non appena saranno riconfigurati i collegi elettorali, in seguito alla revoca dell’autonomia locale, il 5 agosto 2019.  Da tale data, l’incontro del 24 giugno è stato il primo tra Modi e i rappresentanti del Kashmir e, oltre al premier, hanno partecipato anche il ministro dell’Interno, Amit Shah, e l’amministratore del governo nella regione, Manoj Sinha.

I rappresentanti del Kashmir hanno chiesto le elezioni ma anche che vengano ripristinate la statualità dell’area e la sua limitata autonomia. Il leader del Partito democratico del popolo (PDP), Mehbooba Mufti, ha dichiarato di aver espresso la rabbia e la frustrazione provate dalla popolazione del Kashmir dal 5 maggio 2019, del modo in cui si siano sentiti umiliati e dei problemi che vivono, quali le incarcerazioni. In riferimento agli abitanti del Kashmir, Mufti ha dichiarato: ”Vengono arrestati anche se respirano rumorosamente”. Mufti insieme a Farooq Abdullah e suo figlio Omar Abdullah sono stati tra i leader incarcerati dal governo nel 2019. I tre e i rappresentanti di altri partiti locali, nel 2020, hanno formato un’alleanza formata per cercare un ripristino pacifico dell’autonomia del Kashmir, la Alliance for Gupkar Declaration (PAGD). A conclusione dell’incontro del 24 giugno, un portavoce della PAGD ha dichiarato che il gruppo non ha ricevuto rassicurazioni concrete da Modi e shah che hanno  però ascoltato le loro richieste, preoccupazioni e aspirazioni.

Da parte sua, il governo ha affermato che sono incorso sforzi per risistemare assemblee e circoscrizioni parlamentari che prendono il nome di “processo di delimitazione”. In seguito all’incontro, Modi ha scritto su Twitter che il processo dovrà avvenire velocemente per consentire lo svolgimento delle elezioni e lo sviluppo del Jammu e Kashmir. Nell’area, il processo di delimitazione citato da Modi è stato criticato per il timore che l’iniziativa ambisca a far convergere gli equilibri di potere verso i leader induisti locali.

Il 5 agosto 2019, l’esecutivo di Modi, che è a capo del partito nazionalista-induista Bharatiya Janata Party (BJP), aveva suddiviso il territorio del Kashmir sotto la propria giurisdizione in due zone amministrate federalmente dall’India, il Jammu e Kashmir e il Ladakh, revocando gli articoli 370 e 35A della Costituzione indiana che sancivano i diritti all’autonomia di cui godeva la regione, ovvero su tutte le questioni interne, tranne difesa, comunicazione e affari esteri. Così facendo, lo status speciale della regione era stato revocato e la sua costituzione separata era stata annullata. Modi aveva motivato la decisione presa affermando che si fosse trattato di uno sforzo più ampio per consentire lo sviluppo economico della regione e per integrarla con il resto del Paese.

In seguito alla decisione del 5 agosto 2019 erano nate proteste e critiche da parte dei leader locali che hanno affermato di non essere stati consultati in merito. Prima del 5 agosto 2019, il governo di Modi aveva ordinato l’arresto di vari leader politici e attivisti del Jammu e Kashmir in vista di proteste di massa per la revoca dell’autonomia. Oltre a questo, nella regione erano state interrotte le linee telefoniche e la connessione ad Internet ed era stata incrementata la presenza di militari. In tale scenario, l’attività politica regionale era stata bloccata ma già dal 2018 questa era stata incerta. Nel mese di giugno di tale anno, il BJP si era ritirato dal governo di coalizione del Jammu e Kashmir determinando il crollo dell’esecutivo guidato insieme al  Partito democratico del popolo (PDP) nello Stato. A quel punto, l’amministrazione della regione era passata al governatore e, dopo che la sua assemblea era stata successivamente sciolta, al presidente. Da allora, la regione non ha più avuto un’assemblea eletta.

Il Kashmir è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata tra l’India, il Pakistan e la Cina che, al momento, ne amministrano aree distinte. In particolare, la parte centro-meridionale, il Jammu e Kashmir, è amministrata dall’India, lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, le porzioni Nord-occidentali, sono sotto la giurisdizione del Pakistan, mentre la zona Nord-orientale, Aksai Chin, è sotto il controllo della Cina. Tale ripartizione non è però riconosciuta dagli attori in gioco e Nuova Delhi e Islamabad rivendicano la propria sovranità l’una sulle parti dell’altra. Di fronte alle tensioni nate dalle rivendicazioni concorrenti,  l’Onu ha istituito un confine de facto nel Kashmir tra la parte indiana e quella pakistana, noto come Linea di Controllo (LoC).  Qui è in atto un cessate il fuoco dal 2003 che Islamabad e Nuova Delhi si accusano reciprocamente di violare di frequente ma che hanno riaffermato lo scorso febbraio, mentre, da decenni, nella parte indiana ci sono gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato dall’India di armare i militanti.

L’apertura del governo Modi ai leader politici del Kashmir sarebbe motivata dal fatto che la comunità internazionale ha criticato la repressione attuata nella regione e che tale questione avrebbe indebolito anche i legami bilaterali con gli USA.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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