L’Arabia Saudita vuole attrarre investimenti per la Difesa dagli USA

Pubblicato il 24 giugno 2021 alle 15:30 in Arabia Saudita USA e Canada

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Il 23 giugno, l’Autorità Generale per le Industrie Militari (GAMI) saudita e il US-Saudi Business Council (USSBC) hanno tenuto un incontro online con i i responsabili delle funzioni aziendali di compagnie statunitensi del settore della Difesa, per discutere delle strategie del Regno in questo ambito. 

Come ha riferito il quotidiano al-Arabiya, si tratta di un’occasione per l’industria militare saudita per attirare investimenti statunitensi, come parte di una più ampia spinta a diversificare l’economia del Regno rispetto al petrolio. Il principale oratore è stato il governatore del GAMI, Ahmad al-Ohali, che ha sottolineato il ruolo della ricerca e della tecnologia nella strategia di difesa dell’Arabia Saudita. La GAMI è stata fondata nel 2017 per espandere il settore delle industrie militari del Regno, in linea con la Vision 2030, un ampio progetto di espansione economica lanciato dal principe ereditario Mohammed bin Salman. A supporto del GAMI, al-Ohali ha anticipato che Riad investirà nell’industria militare nazionale ben 20 miliardi di dollari, nel prossimo decennio. Il capo dell’Autorità ha anche sottolineato che la spesa interna è aumentata ed è passata dal 2 all’8 per cento del budget militare complessivo, negli ultimi anni.

Gli Stati Uniti sono il principale partner del Regno in questo settore, ma come esportatore più che come finanziatore. Nel 2017, l’allora presidente degli USA, Donald Trump, ha firmato un accordo per fornire all’Arabia Saudita 7 miliardi di dollari in armamenti. Questi includevano munizioni di difesa aerea a guida di precisione utilizzate per aiutare a sostenere il Regno contro gli attacchi della milizia Houthi nel vicino Yemen. Tuttavia, la nuova amministrazione statunitense, con Joe Biden presidente dal 20 gennaio, ha messo in pausa le vendite di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (EAU). Il 27 gennaio, nella sua prima conferenza stampa da segretario di Stato, Antony Blinken ha affermato che gli accordi nel settore della Difesa sono “in via di revisione” al fine di “garantire che ciò che viene preso in considerazione sia qualcosa che porta avanti i nostri obiettivi strategici e la nostra politica estera”. “Questo è quello che stiamo facendo in questo momento”, ha dichiarato, aggiungendo che si tratta di una mossa “tipica” per una nuova amministrazione.

Successivamente, il 16 febbraio, la Casa Bianca ha riferito di star valutando la cancellazione degli accordi sulle armi con l’Arabia Saudita, limitando le future vendite militari alle armi “difensive”. Già durante la campagna elettorale, Biden aveva assicurato che la sua amministrazione avrebbe “rivisto” le relazioni di Washington con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita e che avrebbe sostenuto il blocco alle vendite di armi statunitensi verso i due Stati del Golfo, a causa del loro coinvolgimento nella guerra civile in Yemen. A tal proposito, il 22 maggio, il segretario di Stato, Antony Blinken, aveva affermato che risolvere il conflitto yemenita è in cima alle priorità del proprio Paese, e che Washington continua a cooperare con partner e alleati per portare pace in Yemen. Tra le prime mosse della nuova amministrazione, il 16 febbraio, le milizie Houthi erano state rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT), sovvertendo la decisione dell’ex presidente, Donald Trump. Come affermato dal segretario di Stato, i responsabili degli attacchi missilistici contro l’Arabia Saudita sarebbero stati designati come terroristi individualmente.

La crisi yemenita, a detta di Washington, può essere risolta solo con un accordo di pace. Motivo per cui, gli Stati Uniti continueranno a esercitare pressioni sui ribelli Houthi, anche attraverso sanzioni, fino al loro ritorno al tavolo dei negoziati. A tal proposito, il Dipartimento del Tesoro degli USA, il 10 giugno, ha imposto nuove sanzioni contro membri di una “rete di contrabbando”, la quale avrebbe generato guadagni pari a milioni di dollari, a beneficio del movimento sciita. A detta degli USA, tali guadagni derivano dalla vendita di diversi beni, tra cui petrolio iraniano, in buona parte destinati ai ribelli Houthi attraverso una “complessa rete di intermediari” e sedi in numerosi Paesi. Tra gli individui sanzionati vi sono due yemeniti e altri di cinque nazionalità diverse, tra cui indiani, somali ed emiratini. Parallelamente, sono stati sanzionati enti con basi nel Golfo, a Istanbul e a Sana’a, capitale yemenita posta sotto il controllo dei ribelli.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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