Brasile: gli indigeni protestano contro il disegno di legge sulle loro terre

Pubblicato il 24 giugno 2021 alle 16:03 in America Latina Brasile

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Centinaia di indigeni si sono riuniti, mercoledì 23 giugno, davanti alla sede del Congresso brasiliano per respingere un disegno di legge che potrebbe ridurre la piena protezione delle loro terre, una proposta che ha già provocato scontri con la polizia. La polizia locale, in risposta, ha usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti che, a loro volta, hanno lanciato frecce contro gli agenti.

Il disegno di legge messo in discussione presso il Comitato Costituzione e Giustizia della Camera bassa del Parlamento richiederebbe agli indigeni che cercano la piena protezione dei loro territori di dimostrare di avervi abitato nel 1988, anno in cui è stata firmata la Costituzione del Brasile dopo il ritorno della nazione alla democrazia. La commissione ha approvato il disegno di legge mercoledì sera, aprendo la strada alla votazione plenaria. I gruppi pro-indigeni hanno tuttavia sostenuto che la data ignori il fatto che “molte tribù siano state sfrattate con la forza” dalle loro terre ancestrali e quindi non abbiano modo di dimostrare legalmente di possedere il territorio.

Bolsonaro ha affermato che più del 15% del territorio nazionale è costituito da terra indigena e quilombola, ossia di figli e nipoti di afro-discendenti fuggiti dalla schiavitù, e ha aggiunto che “la sua unica intenzione è di integrare questi cittadini e valorizzare tutti i brasiliani”. Anche uno dei vertici dell’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib) ha sottolineato che “il Governo non vuole affrontare nessuno”, ma sta cercando di “difendere i popoli indigeni, i loro diritti e l’Amazzonia”.

Dal 29 maggio, decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il presidente del Brasile in almeno 180 città del Paese. I manifestanti, oltre a richiedere l’impeachment del presidente e l’accelerazione del processo di vaccinazione contro il Covid-19, hanno accusato Bolsonaro di promuovere la deforestazione della foresta pluviale amazzonica, la violenza contro le popolazioni indigene e il razzismo.

Bolsonaro aveva annunciato, il 14 aprile, di essersi impegnato ad eliminare la deforestazione illegale in Amazzonia entro il 2030, ma aveva anche riferito che sarebbero state necessarie “enormi risorse” e il sostegno economico del Governo degli Stati Uniti, del settore privato e della società civile statunitense. Tuttavia, diversi leader indigeni, attivisti per il clima e un gruppo di senatori democratici statunitensi, tra cui Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, avevano esortato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ad affrontare la questione con la società civile locale e a non offrire somme di denaro al leader brasiliano, sottolineando che, da quando è entrato in carica, il primo gennaio 2019, la deforestazione è aumentata vertiginosamente nella regione. “Biden non deve lasciare che Bolsonaro negozi il futuro dell’Amazzonia”, aveva riferito il leader indigeno Raoni Metuktire, il 16 aprile, ritenendo che il capo di Stato brasiliano avesse dichiarato guerra contro i popoli indigeni e avesse supportato una legislazione volta a legalizzare le industrie minerarie nelle loro terre.

Nel 2019, l’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali del Brasile (INPE) aveva riferito che l’Amazzonia aveva perso 10.129 km² a causa della deforestazione, con un aumento del 34% rispetto all’anno precedente. Questo marzo, l’INPE ha riportato una perdita di altri 367 km². “L’attuale Governo brasiliano non è semplicemente degno di fiducia“, aveva sottolineato, il 16 aprile, Sonia Guajajara, coordinatrice dell’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (APIB). In questi ultimi anni, sebbene Bolsonaro abbia approvato diversi ordini esecutivi e leggi per proteggere l’Amazzonia, allo stesso tempo ha anche ridotto i finanziamenti destinati ai programmi di monitoraggio ambientale e ha incoraggiato lo sviluppo industriale nella regione.

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Ludovica Tagliaferri

 

di Redazione

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