Pakistan: attentato contro l’abitazione di un militante islamico, 3 morti

Pubblicato il 23 giugno 2021 alle 18:41 in Asia Pakistan

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L’esplosione di un’autobomba nei pressi dell’abitazione del fondatore del gruppo di militanti islamici Lashkar-e-Taiba (LeT), Hafiz Saeed, ha causato almeno 3 morti e 25 feriti a Lahore, nel Pakistan orientale, il 23 giugno.

Secondo quanto riferito dalla polizia e dai soccorritori, l’esplosione è avvenuta nel quartiere di Johar Town, a Est di Lahore, e, al momento, non è ancora chiaro se si sia trattato di un attacco suicida o se l’ordigno sia stato innescato da remoto. In base a quanto affermato dal capo della polizia provinciale, Inam Ghani, tra i feriti vi sarebbero stati anche alcuni agenti di polizia che stavano sorvegliando l’abitazione di Saeed al momento dell’attacco.  Saeed, che sta scontando una pena detentiva ai domiciliari, è uscito illeso dall’attacco.

Hafiz Saeed è il fondatore dell’organizzazione LeT ed è stato ritenuto dagli Stati Uniti e dall’India responsabile di aver guidato il gruppo durante la strage di Mumbai, perpetrata tra il 26 e il 29 novembre 2008. In tale occasione, 12 attacchi condotti in diverse zone della città indiana avevano causato 166 vittime e 308 feriti. Saeed è stato ritenuto colpevole da un tribunale anti terrorismo pachistano dell’accusa di finanziamento del terrorismo e ha ricevuto una pena che prevede la reclusione per 5 anni, lo scorso 12 febbraio. L’uomo aveva negato di essere coinvolto nei fatti di Mumbai ma il Dipartimento di Giustizia degli USA lo aveva identificato come terrorista e aveva posto una ricompensa di 10 milioni di dollari sulla sua cattura.

Il gruppo Lashkar-e-Taiba è stato fondato in Afghanistan nel 1987 e si sospetta che abbia la propria base a Muridke, vicino Lahore, nella provincia del Punjab in Pakistan. Il gruppo armato gestisce anche alcuni campi di addestramento nella regione del Kashmir che si trova sotto l’amministrazione del Pakistan e il suo obiettivo è quello di liberare la porzione del Kashmir controllata dell’India, dove vorrebbe instaurare uno Stato Islamico per poi imporre il suo dominio su tutto il Sud-Est asiatico. Per anni, il Pakistan è stato sottoposto a forti pressioni internazionali per tentare di convincerlo ad agire contro il gruppo islamista di Lashkar-e-Taiba.

Il Kashmir è una regione asiatica a maggioranza musulmana, situata tra l’India, il Pakistan e la Cina che, al momento, ne amministrano aree distinte. In particolare, la parte centro-meridionale, il Jammu e Kashmir, è amministrata dall’India, lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, le porzioni Nord-occidentali, sono sotto la giurisdizione del Pakistan, mentre la zona Nord-orientale, Aksai Chin, è sotto il controllo della Cina. Tale ripartizione non è riconosciuta dai Paesi coinvolti e Nuova Delhi e Islamabad rivendicano la propria sovranità l’una sulle parti dell’altra. Di fronte alle tensioni nate dalle rivendicazioni concorrenti, l’Onu ha istituito un confine de facto nel Kashmir tra la parte indiana e quella pakistana, noto come Linea di Controllo (LoC). 

Qui è in atto un cessate il fuoco dal 2003 che Islamabad e Nuova Delhi si accusano reciprocamente di violare di frequente, mentre, dal 1989, nella parte indiana sono attivi gruppi ribelli che lottano per l’indipendenza del territorio o per unirsi al Pakistan, accusato dall’India di armare i militanti. Islamabad, da parte sua, ha sempre smentito tali accuse, sostenendo di limitarsi a fornire sostegno morale, politico e diplomatico alla popolazione del Kashmir. Il Pakistan ha affermato che continuerà a sostenerla fin quando otterrà il diritto di autodeterminazione con una risoluzione dell’Onu.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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