I Paesi del Golfo dipenderanno dal petrolio per altri 10 anni

Pubblicato il 22 giugno 2021 alle 10:48 in Arabia Saudita Medio Oriente

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I Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) si stanno impegnando per diversificare la propria economia, rendendola sempre più indipendente dalla produzione di idrocarburi. Nonostante ciò, l’agenzia di rating Moody’s ha riferito che ci vorranno altri dieci anni prima di raggiungere gli obiettivi prefissati.

In particolare, in un rapporto rilasciato il 21 giugno, è stato evidenziato che gli sforzi profusi dalla crisi dei prezzi del petrolio del 2014-15 sono stati “limitati” e, pertanto, la dipendenza dal settore petrolifero continuerà a rappresentare un “vincolo di credito” fondamentale. La pandemia di Covid-19 e la crisi dei prezzi del petrolio del 2020 hanno mostrato come le economie dei sei Paesi del GCC siano vulnerabili alle fluttuazioni del mercato petrolifero, considerato che il petrolio e il gas rappresentano il 20% del prodotto interno lordo (PIL), oltre che il 65% delle esportazioni totali e almeno il 50% delle entrate statali della maggior parte dei Paesi del Golfo. A detta di Moody’s, con prezzi attestati a una media di 55 dollari al barile, si prevede che la produzione di idrocarburi continuerà a rappresentare il singolo maggiore contributore al PIL, la principale fonte di entrate del governo e, di conseguenza, “il motore chiave della forza fiscale” almeno per tutto il prossimo decennio.

Nel frattempo, i Paesi della regione del Golfo continuano a portare avanti piani “ambiziosi” per diversificare le proprie economie, ma, per l’agenzia di rating statunitense, ci vorranno ancora anni per ottenere risultati. Come è stato evidenziato, i progetti volti a favorire la crescita di nuovi settori economici si sono spesso sovrapposti, creando concorrenza tra gli Stati membri del GCC e limitando le opportunità di crescita. Inoltre, lo slancio alla diversificazione potrebbe essere ostacolato dalla ridotta disponibilità di risorse necessarie a finanziare progetti, in un contesto caratterizzato da prezzi del petrolio più bassi e maggiore competizione interna. Per Moody’s, poi, uno dei problemi sta nelle limitate capacità di attuare tagli alla spesa o introdurre tasse, alla luce di un “contratto sociale” tra Stato e cittadini, con cui i governi si sono impegnati a promuovere occupazione, istruzione e assistenza sanitaria in cambio di accondiscendenza a livello politico.

Moody’s ha altresì affermato che la crescita non petrolifera della regione è sovvenzionata attraverso imposte dirette pari a zero o molto basse, il che rende improbabile raggiungere buoni livelli di indipendenza nei prossimi anni. Non da ultimo, è probabile che tasse basate sul reddito, necessarie per ridurre la dipendenza dal petrolio, vengano applicate solo a lungo termine. Un esempio proviene dall’Arabia Saudita che, dopo aver triplicato, a luglio 2020, l’imposta sul valore aggiunto (IVA), portandola al 15%, ad aprile 2021 ha annunciato una sua riduzione, mentre il principe ereditario Mohammad bin Salman ha dichiarato che non sarebbero state introdotte imposte sul reddito delle persone fisiche.

Tuttavia, l’aumento più significativo delle entrate non derivanti dagli idrocarburi in percentuale del PIL è stato registrato proprio in Arabia Saudita, conseguenza dell’imposizione di accise e tasse per gli espatriati nel 2017 e dell’introduzione dell’IVA al 5% nel 2018. Per i restanti Paesi del Golfo, riferisce Moody’s, gli introiti non derivanti da idrocarburi rimangono inferiori all’8% del PIL. Tuttavia, negli ultimi sei anni, questi hanno registrato un aumento in Bahrein e Arabia Saudita, mentre in Kuwait, Oman e negli Emirati Arabi Uniti (UAE), vi è stato un calo. Inoltre, negli UAE, il livello di diversificazione economica varia tra i sei singoli emirati. La dipendenza economica da petrolio e gas è più alta ad Abu Dhabi (stabile Aa2), che controlla la maggior parte delle risorse di idrocarburi del Paese e ha ricavato il 41% del suo PIL dal settore estrattivo nel 2019, secondo il rapporto dell’agenzia di rating. Gli altri cinque emirati, tra cui Dubai e Sharjah (Baa3 negativo), hanno riserve accertate di idrocarburi molto limitate.

La produzione di petrolio e gas ha rappresentato fino al 45% della produzione economica del Kuwait nel 2019, circa il 35% di quella del Qatar e dell’Oman e quasi un quarto per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Il Bahrain è stato l’unico Paese del GCC in cui gli idrocarburi rappresentavano meno del 15% del PIL prima della pandemia. Manama e Abu Dhabi derivano oltre il 50% delle entrate del governo da petrolio e gas, mentre Kuwait, Qatar e Oman hanno mostrato il livello di dipendenza più alto. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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