Oman: la privatizzazione potrebbe favorire anche l’Italia

Pubblicato il 22 giugno 2021 alle 15:32 in Italia Oman

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Il percorso verso la privatizzazione intrapreso dal Sultanato dell’Oman potrebbe rappresentare un’opportunità di investimento per le imprese italiane. Tra i settori più promettenti vi sono anche gas e petrolio e turismo.

A riportare la notizia è stato il quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base delle informazioni fornite da un rapporto elaborato dal Ministero degli Esteri italiano, nel quadro di Diplomazia Economica Italiana. Muscat, al pari di altri Paesi del Golfo, mira a diversificare le proprie fonti di reddito in modo sostenibile, così come previsto dalla Vision 2040, al fine ultimo di rendere il proprio sistema economico sempre più indipendente dal petrolio, una risorsa che rappresenta tuttora la principale fonte di guadagno del Sultanato, ma che ha mostrato, nel corso dell’ultimo anno, la sua vulnerabilità. Ciò ha portato il Paese a intraprendere una serie di iniziative, oltre ad adottare riforme, tra cui tagli sull’imposta sul reddito per piccole e medie imprese e permessi di residenza a lungo termine per gli investitori stranieri.

In tale quadro si inserisce l’istituzione di una “Autorità per gli investimenti”, un’entità statale creata, il 4 giugno 2020, in sostituzione dei fondi sovrani del Sultanato. Tale ente ha il compito di gestire e possedere la maggioranza dei beni pubblici e dei fondi sovrani del Paese, oltre a supervisionare le attività del Ministero delle Finanze, ad eccezione della compagnia petrolifera Oman Petroleum Development e delle azioni del governo nelle istituzioni internazionali. In tal modo, i beni dello Stato, precedentemente dispersi tra diversi fondi, sono stati raccolti in un’unica entità, il che è stato visto come un “passo da gigante” nella gestione dell’economia del Paese. Parallelamente, il Sultanato ha intrapreso “una strada veloce” per raccogliere capitali, cercando di privatizzare beni di proprietà statale. Gli investitori giunti in soccorso sono anche entità statali, molti provenienti dalla Cina. A tal proposito, la Oman Electricity Transmission Company è stata ceduta per il 49% alla cinese State Grid International Development, dopo una procedura che ha visto coinvolti 16 investitori a livello internazionale.

Ad ogni modo, la privatizzazione di aziende omanite in settori definiti “strategici”, come riferito dal rapporto di Diplomazia Economica Italiana, potrebbe rivelarsi promettente anche per l’Italia. Dopo la compagnia di trasmissione, anche Majan Electricity Company, Mazoon Electricity Company e Dhofar Power Company potrebbero essere privatizzate nei prossimi due anni, con una vendita che potrebbe raggiungere il 70%. Circa il settore di petrolio e gas, le opportunità potrebbero provenire dalla OQ Energy, la quale sembra essere disposta a vendere tra il 20 e il 25% delle proprie azioni, sebbene ciò non sia stato ancora concretizzato, a causa dello scoppio della pandemia e della fluttuazione del mercato petrolifero. La OQ Energy, nata nel 2019 dalla fusione di Oman Oil e Orpic, è responsabile della gestione dell’intera filiera petrolifera, dall’esplorazione alla distribuzione di carburanti, e il suo obiettivo è raccogliere fondi per finanziare progetti di sviluppo.

Anche il settore della logistica potrebbe offrire nuove opportunità per Roma. L’attenzione è rivolta, in particolare, alla holding proprietaria degli aeroporti, nonché alle società di handling, catering e cargo ad essa collegate. La privatizzazione della Oman Shipping Company è, invece, in corso. Altri ambiti sono l’industria agroalimentare, dall’agricoltura e dalla pesca. A tal proposito, come specificato nel rapporto, “la conglomerata governativa OFIC, sotto un nuovo management, sta rinnovando le sue controllate sviluppando la filiera dell’industria agroalimentare con tre aziende”. La prima è Mazoon, attiva nel settore caseario, la quale fa già utilizzo di tecnologie italiane. La seconda è Al- Bashayer, impegnata nello sviluppo di allevamenti bovini, e, infine, vi è Al-Namma, operante nel settore del pollame, ma non ancora operativa. In tale quadro, l’Italia potrebbe inserirsi attraverso aziende specializzate in macchinari industriali. Infine, l’Autorità per gli investimenti sembra essere altresì intenzionata a vendere alcuni asset detenuti all’estero, tra cui le quote in SIGIT, impresa italiana del settore automobilistico acquisita dal Fondo sovrano omanita nel 2015.

Come evidenziato dall’ambasciatrice italiana in Oman, Federica Fave, il Sultanato rappresenta un “terreno fertile per le aziende italiane”. Si tratta di un Paese caratterizzato da tolleranza, dove ci si sente al sicuro e, soprattutto, pressoché esente da tasse, ad eccezione dell’IVA, introdotta dal 16 aprile scorso. Circa le collaborazioni tra Roma e Muscat, vi è quella tra la Fisheries Development Company e la Federazione Italiana Pesca, e altre nel settore delle tecnologie dell’informazione, della cyber security, dello spazio, delle energie rinnovabili, delle miniere, della moda, della salute e della ricerca scientifica, e, infine, sono quattro le missioni archeologiche italiane attualmente presenti nel Sultanato.

Ad oggi, l’obiettivo di Muscat è attrarre sempre più investimenti dall’estero, stimolando i settori di maggiore rilevanza per l’economia, turismo in primis. Secondo alcuni analisti, una simile politica di apertura mira, in realtà, a preservare gli interessi degli omaniti stessi. Motivo per cui, sono stati vietati investimenti esteri in alcuni settori industriali “vitali”, fonte di posti di lavoro per la popolazione locale, oltre che di reddito per l’economia del Sultanato. Tra le industrie interessate da tale misura vi sono state quella dolciaria e quella della produzione di pugnali, accanto ai negozi di vendita al dettaglio di tali prodotti, al fine ultimo di salvaguardare la produzione locale e i progetti imprenditoriali delle piccole e medie imprese omanite.

Al pari di altri Paesi del Golfo, l’Oman deve far fronte alle conseguenze economiche della pandemia di Coronavirus, provocate sia dalle restrizioni imposte per impedire un’impennata dei contagi sia dal calo dei prezzi di petrolio. Tuttavia, il sultano Haitham bin Tariq, che vanta esperienza nel campo della gestione economica ed amministrativa, crede che la crisi possa rappresentare il momento giusto per guidare l’economia dell’Oman verso una maggiore efficienza, oltre che verso il cambiamento. Al contempo, bin Tariq è convinto che siano necessarie ulteriori misure di austerity, volte a risanare l’economia e le problematiche ereditate nel corso degli anni. Una tale convinzione l’ha spinto a tagliare le spese della stessa famiglia reale.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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