Il nuovo presidente dell’Iran: per Israele un “campanello d’allarme”

Pubblicato il 21 giugno 2021 alle 8:42 in Iran Israele

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha affermato che la nomina di Ebrahim Raisi come presidente dell’Iran rappresenta un ultimo “campanello d’allarme” per il mondo e, in particolare, per i Paesi coinvolti nelle negoziazioni volte a rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano.

Le parole del premier sono giunte il 20 giugno, nel corso del primo meeting governativo dalla sua nomina, e a un giorno di distanza dalla vittoria di Raisi, un “ultraconservatore” eletto capo di Stato dell’Iran con circa il 62% dei voti. Per Bennett, tuttavia, non è stato il popolo a eleggere Raisi, ma la guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, il quale ha favorito la nomina del nuovo presidente, definito un “carnefice”. Alla luce di ciò, quanto accaduto in Iran rappresenta, per il primo ministro israeliano, l’ultima occasione per i Paesi occidentali per comprendere realmente con chi hanno a che fare, prima di ritornare all’accordo sul nucleare, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), e, pertanto, gli attori coinvolti sono stati esortati a riconsiderare i colloqui avviati da mesi. A tal proposito, a detta di Bennett “un regime di carnefici non può possedere armi di distruzioni di massa”, che consentirebbero loro di uccidere “milioni di persone”.

Sin dalla sua candidatura, presentata il 15 maggio, Raisi aveva rappresentato il candidato favorito, grazie anche all’appoggio dell’Ayatollah Ali Khamenei. Tuttavia, il presidente neoeletto è noto per il suo coinvolgimento nella repressione delle proteste del Movimento Verde, avvenute a seguito delle elezioni presidenziali iraniane del 12 giugno 2009. In tale quadro, egli è stato sanzionato dagli Stati Uniti nel 2019 per violazione dei diritti umani, tra cui esecuzione di minori e torture di prigionieri. Alla luce di ciò, anche il segretario generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha riferito che la vittoria di Raisi mostra come “l’impunità regni sovrana in Iran”. “Continuiamo a chiedere che Ebrahim Raisi sia indagato per il suo coinvolgimento in azioni criminali passate e presenti” ha affermato Callamard.

Ad ogni modo, le affermazioni di Bennett del 20 giugno sono giunte in un momento in cui diverse potenze internazionali stanno provando a rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, da cui gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati l’8 maggio 2018. I negoziati hanno avuto inizio a Vienna il 6 aprile scorso, ma, sino ad ora, non si è giunti ad alcuna conclusione. Il 20 giugno, gli attori coinvolti hanno concluso il sesto round di negoziati, ma, nonostante il perdurante ottimismo, l’elezione di Raisi ha sollevato diversi dubbi sulla volontà dell’Iran di continuare sulla medesima strada. Da parte loro, “funzionari occidentali” hanno avvertito Teheran, affermando che i colloqui non possono “durare all’infinito”. Parallelamente, il capo della delegazione iraniana ai negoziati di Vienna, Abbas Araghchi, ha affermato che le delegazioni partecipanti sono ritornate nei propri Paesi non soltanto per consultazioni, ma per prendere decisioni definitive, e, pertanto, potrebbe essere presto raggiunta una “intesa comune”. 

Era stato il presidente dell’Iran uscente, Hassan Rouhani, ad affermare che nel corso delle discussioni erano stati registrati progressi “notevoli”, considerato che le parti coinvolte erano riuscite a trovare un’intesa su alcuni dei punti principali. Tuttavia, tocca a Washington a fare il primo passo e revocare le sanzioni contro il suo Paese. In tale quadro, Israele ha più volte criticato l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, così come il possibile ritorno di Washington nell’intesa e si è detto contrario a qualsiasi dialogo che possa portare Teheran a sviluppare le proprie capacità nucleari, alla luce dei rischi derivanti dalla possibile produzione di armi. A tal proposito, era stato l’ex premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a definire l’accordo del 2015 “pericoloso”, evidenziando la necessità di contrastare la minaccia iraniana nella regione mediorientale.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.  Il presidente degli Stati Uniti, Biden, sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma, nel corso degli ultimi mesi, ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna ha aspettato che fosse l’altra ad agire per prima.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.