Myanmar: donazioni dalla Corea del Nord, continuano le tensioni interne

Pubblicato il 17 giugno 2021 alle 17:03 in Corea del Nord Myanmar

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La Corea del Nord ha fatto una donazione di 300.000 dollari al Fondo umanitario per il Myanmar delle Nazioni Unite, erogando la prima donazione a Paesi esteri dal 2005, secondo quanto riferito da The Straits Times, il 17 giugno. Intanto, in tale data, i residenti del villaggio di Kinma, nella regione di Magway, hanno affermato che l’Esercito ha dato alle fiamme l’intero centro abitativo, dove vivevano circa 1.000 persone.

Il servizio di tracciamento finanziario dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha evidenziato che la donazione di Pyongyang è stata effettuata il 24 maggio scorso. Il Fondo umanitario per il Myanmar ha richiesto alla comunità internazionale una cifra di 276 milioni di dollari per il Paese, dove è in corso una crisi interna su più fronti da quando l’esercito ha preso il potere il primo febbraio scorso. Tale quadro è ulteriormente aggravato dalla diffusione della pandemia di coronavirus.

Per la Corea del Nord la donazione al Myanmar è stata la prima fatta all’Onu dal 2005, quando aveva erogato 150.000 su un fondo destinato a sostenere Indonesia, India, Thailandia, Malesia, Maldive e Sri-Lanka che erano state colpite da uno tsunami nel dicembre 2004. Pyongyang ha relazioni di lunga data con il Myanmar e, secondo monitoraggi dell’Onu, la Corea del Nord fornirebbe armi al Paese del Sud-Est Asia. In particolare, gli investigatori delle Nazioni Unite starebbero indagando una presunta cooperazione missilistica tra le parti.

In tale quadro, anche la Corea del Sud ha fornito 600.000 dollari al Fondo umanitario per il Myanmar ma ha sospeso gli scambi in materia di difesa e ha vietato le esportazioni di armi e altri strumenti strategici. In particolare, lo scorso 12 marzo, Seoul aveva preso tale decisione alla luce della repressione violenta delle proteste contro la giunta militare iniziate il 6 febbraio e tutt’ora in corso.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, Aung San Suu Kyi, Win Myint e altre figure di primo piano del governo civile sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la NDL, il partito fino a quel momento al governo. 

Da tale evento in poi, il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. Sarebbero oltre 850 le persone morte negli scontri, secondo quanto riferito dall’associazione locale nota come Assistance Association for Political Prisoners. In secondo luogo, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GNU), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GNU e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso. Infine, l’Esercito avrebbe ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati e si teme per la loro dispersione anche oltre ai confini birmani.

In tale contesto, il 17 giugno, i residenti del villaggio di Kinma hanno affermato che questo è stato dato alle fiamme due giorni prima dall’Esercito. Al momento, secondo il loro resoconto, sarebbero rimaste solamente 237 abitazioni e gran parte della popolazione sarebbe scappata. Sempre secondo quanto dichiarato da testimoni rimasti anonimi, i militari avrebbero cercato i membri di una forza di difesa locale che, consapevoli del loro arrivo, avevano fatto evacuare gran parte della popolazione. Una volta sul posto, i soldati hanno trovato tra le 4 e le 5 persone e hanno iniziato a perquisire le abitazioni. Dopo non aver trovato ciò che cercavano avrebbero quindi dato fuoco alle abitazioni.

I media statali hanno raccontato la vicenda diversamente. Il quotidiano Global New Light of Myanmar ha accusato “terroristi armati” per l’incendio, dichiarando che le forze di sicurezza sono state attaccate con pistole e granate mentre pattugliavano la periferia del villaggio e, quando più tardi sono state in grado di accedervi, hanno trovato le case in fiamme. Global New Light of Myanmar ha affermato che le forze dell’ordine hanno scoperto che “un gruppo di circa 40 terroristi” è il colpevole dell’incendio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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