La “competizione tra grandi potenze” nel Mediterraneo

Pubblicato il 17 giugno 2021 alle 13:19 in Italia Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il Mediterraneo orientale è un crocevia tra Europa, Africa ed Asia dove si intrecciano gli interessi commerciali, energetici e di sicurezza di piccole, medie e grandi potenze. Quali sono gli attori principali, i temi caldi e i più recenti sviluppi in questa regione. 

Il documento sulla Strategia per la Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2017 evidenzia il ritorno della “competizione tra grandi potenze”, in riferimento alla crescente influenza della Cina e della Russia a livello globale e alle implicazioni  per la sicurezza del Paese e del mondo. In un’arena internazionale che si fa sempre più complessa, i temi geopolitici sono diventati progressivamente più importanti, non solo per i governi, i diplomatici e gli esperti del settore, ma anche per le aziende e i privati cittadini. Un esempio è proprio quello delle complesse relazioni e tensioni nel Mar Mediterraneo, dove gli interessi dell’Italia si intrecciano con quelli di potenze grandi e meno grandi, creando rischi per la sicurezza di turisti, operatori commerciali e attori istituzionali. 

Come sottolineato il 27 maggio dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Grecia, Geoffrey Pyatt, il Mediterraneo è “un crocevia in cui vediamo un ruolo sempre più assertivo da parte di attori potenzialmente pericolosi come la Russia“. Mosca, già forte in Siria, sta affermando la sua presenza anche in Libia attraverso i mercenari del gruppo Wagner e nella regione dell’Egeo e del Mar Nero, a seguito dell’annessione della Crimea e dell’espansione militare in tale area. “Stiamo ovviamente anche valutando molto da vicino il ruolo della Cina in questa regione”, ha aggiunto l’ambasciatore statunitense, sottolineando l’allarme suscitato dagli sforzi cinesi per esercitare il controllo sulle rotte commerciali e di trasporto attraverso l’Eurasia con la “Belt and Road Initiative”. Pyatt ha evidenziato i timori degli USA a questo proposito “nel Mediterraneo orientale e in Israele, qui in Grecia attraverso il porto del Pireo, in Italia e oltre”. Proprio per rilanciare i rapporti con gli alleati della regione, è stata inaugurata l’iniziativa 3+1 che mette insieme Grecia, Cipro, Israele e gli Stati Uniti, per una collaborazione sempre più stretta sulle questioni mediterranee. 

Inoltre, il 15 giugno, l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno sottolineato la necessità di una “distensione sostenibile” nel Mediterraneo orientale, a seguito di un incontro a Bruxelles tra il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, la presidentessa della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli USA, Joe Biden. “Siamo determinati a lavorare fianco a fianco per una de-escalation sostenibile nel Mediterraneo orientale, dove le problematiche dovrebbero essere risolte attraverso il dialogo in buona fede e in conformità con il diritto internazionale”, hanno affermato i tre rappresentanti in un comunicato congiunto. “Miriamo a una relazione cooperativa e reciprocamente vantaggiosa con una Turchia democratica”, hanno aggiunto. 

Lo stesso 15 giugno, la Turchia ha evidenziato che non esiste cooperazione nella regione senza la partecipazione di Ankara e della Repubblica turca di Cipro del Nord (TRNC). Questa posizione è stata ribadita dal Ministero degli Esteri turco a seguito della Conferenza dell’EU Med tenutasi ad Atene tra il 10 e l’11 giugno. L’EuroMed7, o anche noto come “Gruppo Med”, è una coalizione nata nel 2013 e formata da sette Paesi del Mediterraneo e dell’Unione Europea meridionale: Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Spagna. In risposta alla dichiarazione congiunta dei Paesi dell’UE del Mediterraneo (MED-7), Ankara ha affermato che la dichiarazione e le decisioni prese durante l’incontro non hanno alcun valore o significato per la Turchia. 

Per iniziare a comprendere le tensioni in questa regione, è importante conoscere due grandi dispute: quella tra Grecia, Cipro e Turchia e quella tra Israele e Libano. Entrambe riguardano la definizione delle cosiddette Zone Economiche Esclusive (ZEE), e quindi dei diritti di estrazione di risorse nel sottosuolo ma anche la questione del passaggio delle rotte commerciali. Sebbene nelle ZEE non sia prevista la sovranità assoluta che uno stato gode nelle proprie acque territoriali, queste consentono agli Stati costieri di esercitare i diritti sovrani di esplorazione e sfruttamento delle risorse del sottosuolo, di cui il Mediterraneo orientale è ricco. Uno degli episodi più recenti, nonostante il dialogo avviato tra le parti in questione, riguarda una serie di “incidenti sospetti” che si sono verificati il 19 maggio, quando una flotta peschereccia turca è transitata non solo all’interno della zona economica esclusiva greca, ma anche all’interno delle sue acque territoriali, a largo di Creta.

La Turchia e la Grecia hanno opinioni contrastanti per quanto riguarda i diritti di sfruttamento degli idrocarburi nella regione del Mediterraneo orientale, non trovandosi d’accordo sul limite dell’estensione delle rispettive piattaforme continentali. I due Paesi, che fanno entrambe parte della NATO, hanno sfiorato lo scontro militare ad agosto del 2020, dopo che Ankara aveva inviato una sua nave da ricognizione sismica, la Oruc Reis, insieme ad una piccola flotta navale, nelle acque del Mediterraneo orientale, rivendicate dalla Grecia, per compiere esplorazioni. Il governo ellenico considera quella porzione di mare come parte della sua piattaforma continentale e della sua ZEE. La Turchia, tuttavia, contesta queste rivendicazioni e sottolinea che, nonostante Ankara disponga della costa più lunga del Mediterraneo orientale, la sua zona marittima è limitata a causa dell’estensione della piattaforma continentale greca, caratterizzata dalla presenza di molte isole vicine alla frontiera turca. L’isola greca di Kastellorizo, che si trova a circa 2 km dalla costa meridionale della Turchia e a 570 km dalla Grecia continentale, è una delle principali fonti di frustrazioni per il governo turco, che rivendica tali acque come proprie. 

Questa disputa ha coinvolto anche la Libia, quando Tripoli ha firmato un accordo per la definizione dei confini marittimi con la Turchia, il 27 novembre 2019. L’intesa è stata poi rinnovata, il 12 aprile 2021, durante la visita ad Ankara del nuovo premier libico, Abdul Hamid Dbeibah, che ha effettuato la sua prima missione all’estero a capo di una delegazione composta da 14 ministri e alti funzionari governativi, su invito del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. L’accordo turco-libico sui confini marittimi, firmato dal Governo di Accordo Nazionale (GNA) allora al potere a Tripoli, riguardava la demarcazione dei confini marittimi tra i due Paesi e la definizione delle rispettive ZEE nei pressi delle acque dell’isola di Creta, rivendicate dalla Grecia. L’intesa aveva spinto il governo ellenico ad espellere l’ambasciatore libico ad Atene e aveva inasprito i già complicati rapporti greco-turchi. Dall’altra parte, l’intesa aveva aperto le porte al supporto militare della Turchia al governo di Tripoli, decisivo per respingere l’offensiva del generale Khalifa Haftar contro la capitale libica. A tale proposito, è interessante sottolineare che, a seguito degli sviluppi politici nel Paese Nord-Africano, Grecia e Libia hanno annunciato, il 14 aprile, che sono pronte a riaprire il dialogo e discutere della demarcazione dei confini marittimi. 

Invece, la disputa tra Libano e Israele riguarda 860 km2 di territorio marittimo ricco di idrocarburi, situato a Sud del Libano, che si estende lungo il confine di tre blocchi energetici del Libano meridionale. Sia Israele sia il Libano sostengono che tale area rientri nella propria Zona Economica Esclusiva. Qui, negli ultimi anni, sono stati ritrovati due giacimenti di gas naturale di grossa portata, un elemento che ha alimentato ulteriormente le tensioni. Risale al 14 ottobre 2020 un primo breve round di colloqui tra una delegazione libanese ed un’altra proveniente da Israele, volti a porre fine alla disputa. Dopo il rinvio a tempo indeterminato del meeting del 2 dicembre 2020, il quinto, i colloqui si sono interrotti e la disputa risulta essere ancora irrisolta. Anche in questa questione, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di mediazione, sin dal 2011, con la cosiddetta “diplomazia della spola”, lanciata dall’allora assistente del segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, David Satterfield. Questo sforzo non sembra essersi interrotto, poichè l’attuale sottosegretario di Stato degli USA per gli affari politici, David Hale, si è recato in Libano, il 14 aprile di quest’anno, per tenere incontri con alti rappresentanti del Paese mediorientale e discutere anche di tale questione. 

In queste diatribe si inserisce anche l’Egitto, in quanto Paese con importanti interessi nella regione che ha promosso ed ospita l’East Mediterranean Gas Forum (EMGF). Il 9 marzo 2021, i Paesi che fanno parte di questo gruppo (Egitto, Giordania, Territori Palestinesi, Grecia, Cipro, Italia e Israele) hanno annunciato, durante una riunione di alto livello al Cairo, l’entrata in vigore del loro Statuto, che trasforma la piattaforma di dialogo in una vera e propria organizzazione internazionale regionale, con sede nella capitale egiziana. L’EMGF è stato inaugurato a gennaio del 2019 e mira a  facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale e ad approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i Paesi produttori, consumatori e di transito della zona. Al Forum non partecipano Stati quali Turchia e Libano a causa, rispettivamente, delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele. Proprio nell’incontro del 9 marzo, è stata accolta la domanda di ingresso nell’EMGF della Francia come Stato membro e degli Stati Uniti come osservatori.

Nonostante i tentativi di dialogo, esistono tensioni tra grandi potenze nella regione che fanno ancora tremare il Mediterraneo. A tale proposito, è necessario citare la “guerra navale” tra Israele ed Iran. Dall’estate del 2019, le autorità israeliane sono state accusate di aver preso di mira almeno 12 navi dirette in Siria, la maggior parte delle quali trasportava petrolio iraniano ed armamenti. Alcuni degli attacchi hanno avuto luogo nel Mediterraneo, altri nel Mar Rosso e in aree non specificate. I mezzi non sono mai stati affondati, ma almeno due delle imbarcazioni sono state costrette a rientrare in porto in Iran. Secondo il rapporto a cui fa riferimento l’articolo, Israele cerca di di fermare il commercio di petrolio e armi perché crede che questo alimenti i militanti estremisti finanziati dall’Iran nella regione, Hezbollah in Libano in primis. Più recentemente, il 10 marzo 2021, l’Iran ha denunciato il “sabotaggio” di una nave iraniana colpita da un ordigno nel Mar Mediterraneo. Il 25 febbraio, una nave di proprietà israeliana era stata colpita da un’esplosione nel Golfo di Oman. I due Paesi si sono accusati a vicenda, mentre la tensione nella regione, anche per i transiti commerciali, non accenna a diminuire. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.