Manila proroga la scadenza dell’accordo per ospitare militari USA

Pubblicato il 15 giugno 2021 alle 7:26 in Filippine USA e Canada

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Il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte ha sospeso per la terza volta la decisione di ritirare il proprio Paese dal Visiting Forces Agreement (VFA), intesa che regola la presenza militare statunitense nelle Filippine, il 14 giugno.

Il segretario agli Affari Esteri delle Filippine, Teodoro Locsin, ha affermato che l’accordo sarà esteso di altri sei mesi durante i quali il presidente filippino, Rodrigo Duterte, studierà l’intesa e le parti dovranno affrontare le preoccupazioni rispetto a certi aspetti del testo. L’annuncio è arrivato dopo che gli USA hanno annunciato la donazione di 80 milioni di vaccini alle Filippine e in seguito a recenti tensioni tra Manila e Pechino rispetto al Mar Cinese Meridionale.

Le Filippine sono un alleato militare degli USA. Il 10 febbraio 1998, Manila e Washington avevano firmato il VFA che regola la presenza del personale militare statunitense nelle Filippine. L’11 febbraio 2020, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, che durante il suo governo ha promosso un avvicinamento del proprio Paese alla Cina, aveva minacciato di non voler rinnovare il VFA alla sua scadenza del 9 agosto successivo. Tuttavia, il 2 giugno 2020, il governo di Manila aveva poi deciso di rimandare tale decisione, mantenendo di fatto attivo il VFA, e motivando la scelta citando il coronavirus e l’aggravarsi della “competizione tra superpotenze”. Manila, in passato, si è lamentata di questioni quali la mancanza di giurisdizione sul personale statunitense riconosciuto colpevole di crimini nelle Filippine e danni all’ambiente provocati durante le esercitazioni marittime. Oltre al VFA, Manila e Washington sono poi legate dal Trattato di Mutua Difesa dal 30 agosto 1951, in base al quale le parti si sono impegnate a difendersi reciprocamente nel caso in cui una tra le due venga attaccata da una forza esterna.

La proroga annunciata il 14 giugno del VFA si colloca in un quadro di accresciute tensioni tra la Cina e le Filippine nel Mar Cinese Meridionale, nate dopo che il 21 marzo scorso, Manila aveva inoltrato a Pechino una prima protesta diplomatica per la presenza di circa 220 imbarcazioni cinesi nei pressi delle scogliere Whitsun Reef, contese tra le parti, definendo le navi in questione “milizie”. Il loro numero era progressivamente diminuito, ma le imbarcazioni cinesi sarebbero restate in loco per giorni per essere poi raggiunte da altre, spingendo le Filippine a chiedere loro di andarsene, ad inviare aerei da guerra per monitorare le loro operazioni e ad intensificare le pattuglie di navi da guerra dell’Esercito a sostegno della Guardia costiera, già presente in loco.   Anche gli USA erano intervenuti sulla vicenda dichiarando il proprio appoggio a Manila e accusando Pechino di utilizzare “milizie militari” per “intimidire, provocare e minacciare altre Nazioni”. Manila aveva poi inviato una seconda protesta diplomatica alla Cina, il 14 aprile scorso, accusando Pechino di pescare illegalmente nell’area e di aver ammassato 240 navi nelle acque territoriali filippine.

A livello internazionale, le tensioni tra Manila e Pechino nel Mar Cinese Meridionale erano state oggetto di una sentenza della Corte di giustizia internazionale, il 12 luglio 2016, emessa a conclusione di un processo iniziato nel 2013. In quell’anno, Manila aveva denunciato Pechino per aver costruito isole artificiali nelle acque contese tra i due Paesi e la Corte Internazionale di Giustizia aveva invalidato le rivendicazioni cinesi. La Cina si era rifiutata di partecipare al processo e non ha mai preso in considerazione e rispettato il suo esito. In tale contesto, il presidente Duterte, dalla sua ascesa alla guida del Paese, il 30 giugno 2016, ha sempre mantenuto buone relazioni con Pechino ed è stato spesso criticato per non aver richiesto alla Cina di rispettare la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Duterte è sempre stato riluttante a farlo, sostenendo che nel caso di un conflitto con la Cina per le questioni del Mar Cinese Meridionale, il proprio Paese avrebbe perso.

Il Mar Cinese Meridionale è al centro di dispute di sovranità tra la Cina, Taiwan, le Filippine, il Vietnam, la Malesia e il Brunei che hanno rivendicazioni concorrenti su tali acque. In particolare, per la Cina, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici e, nello specifico, da una mappa in cui con nove tratti è stata delimitata la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, provocando proteste da parte degli altri Paesi. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti. In tale quadro, gli USA sono presenti militarmente nel Mar Cinese Meridionale e rifiutano le rivendicazioni di sovranità cinesi. Le navi da guerra statunitensi conducono spesso esercitazioni di “libertà di navigazione”, per assicurare “la libertà e l’apertura dell’Indo-Pacifico” suscitando proteste cinesi. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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