Egitto: pena di morte per 12 membri della Fratellanza Musulmana

Pubblicato il 15 giugno 2021 alle 9:22 in Africa Egitto

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La Corte di cassazione egiziana, il più alto tribunale civile del Paese, ha confermato, lunedì 14 giugno, la condanna a morte per impiccagione nei confronti di 12 membri della Fratellanza Musulmana, inclusi due alti leader del movimento. La sentenza conclude un processo, che va avanti da anni, legato alla violenta repressione commessa dalle forze di sicurezza egiziane, nel 2013, durante un sit-in islamista.

I 12 sono stati condannati per “aver armato bande criminali che hanno attaccato i residenti e hanno opposto resistenza ai poliziotti, nonché per possesso di armi da fuoco, munizioni e materiale per fabbricare bombe”, ha dichiarato la Corte. Altre accuse includono “uccisione di poliziotti, resistenza alle autorità, occupazione e distruzione di proprietà pubbliche”, ha aggiunto. La sentenza è definitiva e inappellabile. Ciò significa che non può più essere impugnata e che i condannati attendono solo l’approvazione del presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Fra i condannati spiccano Abdul Rahman Al-Bar, comunemente definito il mufti, ovvero il massimo esperto religioso, del gruppo, Mohamed El-Beltagi, ex membro del Parlamento, Osama Yassin, ex ministro, Safwat Hegazi, imam-predicatore tv al bando anche nel Regno Unito. Contemporaneamente alla sentenza con cui ha confermato le condanne a morte per questi e altri membri del movimento, la Corte di cassazione ha anche ridotto all’ergastolo le condanne per altri 31 membri della Fratellanza.

L’ex presidente egiziano, democraticamente eletto, Mohamed Morsi, capo dell’ala politica dei Fratelli musulmani, ha tenuto il potere per un anno in Egitto, prima di essere estromesso dai militari nel luglio 2013. Da quel momento, le autorità del Cairo hanno dichiarato fuori legge il gruppo islamista e condotto un’ampia repressione, che ha portato agli arresti migliaia di suoi sostenitori. 

Dopo la rimozione di Morsi, centinaia di membri dei Fratelli musulmani hanno organizzato un enorme sit-in in piazza Rabaa Al-Adawiya, nell’Est del Cairo, per chiedere il suo ritorno. Qualche giorno dopo, ad agosto, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione e ucciso circa 800 persone in un solo giorno, per reprimere le proteste. Le autorità, all’epoca, affermarono che i manifestanti erano armati e che la dispersione forzata da parte delle forze di sicurezza era stata una vitale misura “antiterrorismo”. Quell’episodio segnò l’inizio di una lunga repressione attuata nel Pese contro l’opposizione. Nessun funzionario egiziano è stato processato per gli omicidi.

Il caso giudiziario originale contava oltre 600 imputati ed è conosciuto come “lo sgombero di Rabaa”. Nel 2018, un tribunale egiziano ha condannato a morte 75 membri della Fratellanza coinvolti nei fatti dell’estate 2013 e il resto a diverse pene detentive, tra cui 10 anni per il figlio di Morsi, Osama.

La Fratellanza Musulmana, fondata in Egitto nel 1928, si è affermata come il principale movimento di opposizione in Egitto nonostante decenni di repressione e ha ispirato organizzazioni e partiti politici in tutto il mondo musulmano. Rimane vietato in diversi Paesi, incluso l’Egitto, per i suoi presunti legami con il terrorismo.

Morsi era stato eletto in seguito alle proteste di massa del 2011 e alla rimozione del leader di lunga data Hosni Mubarak, ma è stato rovesciato dall’esercito guidato dall’attuale presidente al-Sisi. Quest’ultimo ha messo al bando la Fratellanza alla fine del 2013. Morsi, che era stato condannato alla pena capitale per il suo ruolo nelle evasioni durante la rivolta contro Mubarak, è morto nel giugno 2019 dopo un malore in tribunale.

L’Egitto è diventato il terzo Paese al mondo con il maggior numero di sentenze capitali effettuate. Finora, nel 2021, sono stati giustiziati almeno 51 uomini e donne. L’ONG Amnesty International ha denunciato un “picco significativo” di esecuzioni registrate di recente nel Paese nordafricano, da 32 nel 2019 a 107 lo scorso anno.

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Chiara Gentili

di Redazione

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