Donbass: OSCE preoccupato per le crescenti violazioni del cessate il fuoco

Pubblicato il 15 giugno 2021 alle 17:25 in Russia Ucraina

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L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ha dichiarato, martedì 15 giugno, di essere preoccupato in merito al crescente numero di violazioni del cessate il fuoco nel Donbass. A riferirlo è stata la leader dell’ente, la ministra degli Affari Esteri svedese, Ann Linde.

Dal 13 al 15 giugno, i rappresentanti dell’OSCE, guidati da Linde, si sono recati in visita ufficiale in Ucraina. In tale occasione, la ministra svedese ha altresì tenuto un vertice con il rappresentante dell’amministrazione regionale di Donetsk, Pavel Kirilenko. “Ho colto tale opportunità per ribadire la preoccupazione dell’Organizzazione in merito alle recenti violazioni”, ha affermato Linde, facendo anche riferimento al crescente numero di vittime civili. L’OSCE ha poi esortato Kiev ad osservare le disposizioni degli Accordi di Minsk al fine di normalizzare la situazione nell’area.

Gli Accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e dagli Accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OSCE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno di insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, il bilancio delle vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est è arrivato a quota 13.000.

Nel frattempo, lo stesso 15 giugno, il ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Dmytro Kuleba, ha dichiarato che la Russia ha ritirato solo 12.000 militari dal confine con l’Ucraina dell’Est. Il ministro ha dunque specificato che, in precedenza, la Federazione aveva schierato circa 100.000 soldati lungo la linea di contatto, sottolineando che il ritiro annunciato il 22 aprile, nella realtà dei fatti, non è avvenuto. In tal contesto, Kuleba ha accusato la Russia di essere parte attiva nel conflitto nel Donbass, criticando Mosca per il supporto offerto alle forze separatiste presenti nella regione. Oltre a ciò, il ministro degli Esteri di Kiev ha anche rivelato che Francia e Germania, nonostante siano consapevoli dell’ingerenza russa, sembrano non alzare la voce sulla questione. Tale atteggiamento, ha proseguito Kuleba, non fa altro che motivare la Federazione a perpetrare la sua politica aggressiva che minaccia l’integrità territoriale di Kiev. Analoghe dichiarazioni sono state rilasciate dal presidente del Paese, Volodymyr Zelensky, il quale ha affermato che le autorità dell’Ucraina Orientale avevano registrato solo un leggero calo di militari russi in Crimea. Dall’altra parte, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha accusato Kiev di alimentare il conflitto nell’area, reclutando sempre più personale militare e equipaggiamento bellico.

Le tensioni a cui ha fatto riferimento Linde riguardano quanto accaduto l’11 giugno. In tale data, il portavoce dell’ufficio stampa dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LPR), Ivan Filiponenko, ha dichiarato che l’attacco sferrato dalle forze armate dell’Ucraina nei pressi dell’insediamento di Golubovskoye, nel Donbass, ha provocato la morte di 5 militanti dell’LPR. In risposta, Nel frattempo, il Ministero della Difesa dell’Ucraina ha negato le accuse, affermando che la morte dei militanti di Lugansk sarebbe stata causata da una disputa interna che è poi sfociata in un vero e proprio conflitto ad arma da fuoco.

Nonostante il conflitto risalga al 2014, a partire dall’ultima settimana di marzo la situazione nel Donbass è tornata instabile e critica, movimentando l’intera comunità internazionale. Da parte sua, la Russia ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est, arrivando a dispiegare circa 100.000 militari in Crimea. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché, oltre che essere finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe, viene fatto rientrare nel quadro delle esercitazioni militari che il Paese ha programmato. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, la SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, entrambe situate nel Donbass, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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