Presunto attacco degli Houthi contro una scuola saudita

Pubblicato il 14 giugno 2021 alle 15:15 in Arabia Saudita Yemen

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Un drone armato dei ribelli sciiti Houthi ha colpito una scuola nel Sud dell’Arabia Saudita, secondo i media statali locali, nonostante siano in corso sforzi diplomatici per negoziare un cessate il fuoco tra le parti in conflitto in Yemen. 

La notizia è stata riferita dal quotidiano The New Arab, che cita fonti saudite. L’attacco sembra essere avvenuto il 13 giugno nella provincia meridionale di Asir, in Arabia Saudita. Al momento, non sono stati segnalati feriti o vittime. Alcune foto pubblicate dalla stampa locale mostrano il tetto danneggiato di un edificio e quelle che sembravano essere parti di un drone. L’assalto arriva tre giorni dopo che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che combatte i ribelli Houthi, sostenuti invece dall’Iran, ha dichiarato di aver interrotto gli attacchi in Yemen per aprire la strada a un accordo pacifico. La riduzione dell’escalation era mirata a “preparare il terreno politico per un processo di pace nello Yemen”, secondo quanto ha riferito il 10 giugno, alla televisione di Stato saudita, il portavoce della coalizione, Turki al-Maliki. Tuttavia, dopo l’annuncio, i media statali yemeniti avevano riferito che almeno 8 civili erano stati uccisi e altri 27 erano rimasti feriti in una nuova offensiva nella città settentrionale di Ma’rib.

Gli Houthi hanno condotto un’offensiva durata mesi per impadronirsi di Ma’rib, l’ultima roccaforte del governo yemenita deposto nel Nord, e dei suoi giacimenti petroliferi. Più di 1.500 famiglie, pari a circa 12.000 individui, sono state costrette a sfollare, aggiungendosi alle circa 116.000 persone che hanno abbandonato le proprie abitazioni nel corso del 2020. L’offensiva di Ma’rib si colloca nel più ampio quadro del conflitto civile yemenita, che ha avuto inizio a seguito del colpo di Stato degli Houthi del 21 settembre 2014. Al momento, la guerra non può dirsi ancora conclusa, ma sono diversi gli attori internazionali impegnati per favorire la pace. Tra questi, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, e quello degli Stati Uniti, Timothy Lenderking. Non da ultimo, anche il Sultanato dell’Oman sta provando ad aprire canali di dialogo tra le parti belligeranti.

È dall’intervento della coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita in Yemen, il 26 marzo 2015, che i territori sauditi sono stati considerati dagli Houthi un obiettivo legittimo da colpire. Circa il ruolo degli Stati Uniti, invece, a seguito dell’insediamento alla Casa Bianca del nuovo presidente, Joe Biden, è possibile rilevare un ruolo più attivo di Washington nel fare pressioni per porre fine al conflitto yemenita. A tal proposito, il 22 maggio, il segretario di Stato, Antony Blinken, aveva affermato che risolvere il conflitto yemenita è in cima alle priorità del proprio Paese, e che Washington continua a cooperare con partner e alleati per portare pace in Yemen. Tra le prime mosse della nuova amministrazione, il 16 febbraio, le milizie Houthi erano state rimosse dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere e da quella degli Specially Designated Global Terrorist (SDGT), sovvertendo la decisione dell’ex presidente, Donald Trump. Come affermato dal segretario di Stato, i responsabili degli attacchi missilistici contro l’Arabia Saudita sarebbero stati designati come terroristi individualmente.

La crisi yemenita, a detta di Washington, può essere risolta solo con un accordo di pace. Motivo per cui, gli Stati Uniti continueranno a esercitare pressioni sui ribelli Houthi, anche attraverso sanzioni, fino al loro ritorno al tavolo dei negoziati. A tal proposito, il Dipartimento del Tesoro degli USA, il 10 giugno, ha imposto nuove sanzioni contro membri di una “rete di contrabbando”, la quale avrebbe generato guadagni pari a milioni di dollari, a beneficio del movimento sciita. A detta degli USA, tali guadagni derivano dalla vendita di diversi beni, tra cui petrolio iraniano, in buona parte destinati ai ribelli Houthi attraverso una “complessa rete di intermediari” e sedi in numerosi Paesi. Tra gli individui sanzionati vi sono due yemeniti e altri di cinque nazionalità diverse, tra cui indiani, somali ed emiratini. Parallelamente, sono stati sanzionati enti con basi nel Golfo, a Istanbul e a Sana’a, capitale yemenita posta sotto il controllo dei ribelli.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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