Donbass: 5 militari dell’LPR uccisi, Kiev nega le accuse

Pubblicato il 14 giugno 2021 alle 10:33 in Europa Ucraina

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Il portavoce dell’ufficio stampa dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LPR), Ivan Filiponenko, ha dichiarato, venerdì 11 giugno, che l’attacco sferrato dalle forze armate dell’Ucraina nei pressi dell’insediamento di Golubovskoye, nel Donbass, ha provocato la morte di 5 militanti dell’LPR.

Filiponenko ha altresì aggiunto che il territorio di Golubovskoye sarebbe sotto il controllo dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk. Dall’altra parte, Kiev sostiene che tale area è “temporaneamente occupata” dai suddetti gruppi separatisti, supportati dalla Russia. A lanciare l’attacco, stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, sarebbe stata una divisione speciale dell’Esercito di Kiev, denominata “West”. L’ufficio stampa dell’LPR non ha escluso che la sparatoria sia stata condotta con intenzioni “provocatorie”, per spingere le milizie dell’autoproclamata Repubblica a lanciare un attacco di risposta e violare gli Accordi di Minsk- Questi ultimi impongono ad entrambe le parti di rispettare le misure del cessate il fuoco. Allo stesso tempo, il rappresentante dell’LPR, Yakov Osadchiy, ha rivelato che le armi usate dalle forze armate dell’Ucraina potrebbero provenire dagli Stati Uniti poiché, citando fonti proprie, l’Esercito di Kiev avrebbe ricevuto materiale bellico da Washington.

Nel frattempo, il Ministero della Difesa dell’Ucraina ha negato le accuse avanzate dalla LPR. Secondo quanto dichiarato dalla divisione “West”, la morte dei militanti di Lugansk sarebbe stata causata da una disputa interna che è poi sfociata in un vero e proprio conflitto ad arma da fuoco.

Gli accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, gli accordi di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno di insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati delle Nazioni Unite, il bilancio delle vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est è arrivato a quota 13.000.

In precedenza, il 24 maggio, il generale dell’Esercito di Kiev, il sergente Kurylenko, è rimasto gravemente ferito a causa dell’esplosione di una mina, avvenuta nell’area di Mironovsky, nel Donbass. Il sergente, secondo i media locali, era in servizio e si stava occupando dell’attività di sminamento dell’area.

A partire dall’ultima settimana di marzo, la Russia ha iniziato a trasferire il proprio arsenale militare e le proprie truppe lungo il confine dell’Ucraina dell’Est. In risposta, Kiev ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, la SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona.  Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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