La Cina risponde ai leader del G7

Pubblicato il 13 giugno 2021 alle 11:39 in Asia Cina

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Il 13 giugno, la Cina ha avvertito i leader del G7 che un piccolo gruppo di Stati non può più decidere le sorti del mondo, a seguito del lancio di un progetto ideato per contrastare l’influenza di Pechino nei Paesi in via di Sviluppo. 

“I giorni in cui le decisioni globali erano dettate da un piccolo gruppo di paesi sono finiti da tempo”, ha dichiarato un portavoce dell’ambasciata cinese a Londra, il 13 giugno. Il giorno precedente, i rappresentanti di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia e Giappone si erano riuniti nel Sud-Ovest dell’Inghilterra ed avevano discusso di un nuovo piano, noto come iniziativa Build Back Better World (B3W), che dovrebbe fornire partnership infrastrutturali per le nazioni in via di sviluppo, per aiutare diminuire un gap da 40 trilioni che questi Paesi hanno nei confronti di quelli sviluppati, entro il 2035. “Crediamo sempre che i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi, siano uguali e che gli affari mondiali dovrebbero essere gestiti attraverso la consultazione di tutti”, ha aggiunto il portavoce di Pechino a Londra, commentando le dichiarazioni dei leader del G7 riguardo al B3W.

Per quanto riguarda l’iniziativa lanciata il 12 giugno dai rappresentanti del G7, un comunicato della Casa Bianca ha sottolineato che tale piano vuole offrire un alternativa “con alti standard e trasparenza”, in opposizione alla Via della Seta cinese. A tale proposito, Washington ha sottolineato “l’enorme bisogno di infrastrutture in Paesi a basso e medio reddito”. “Non si tratta solo di sfidare o affrontare la Cina”, ha dichiarato un alto funzionario dell’amministrazione Biden. “Ma fino ad ora non abbiamo offerto un’alternativa positiva che rifletta i nostri valori, i nostri standard e il nostro modo di fare affari”, ha aggiunto. I Paesi del G7 forniranno investimenti, grazie al supporto di aziende private, per mobilitare capitale in settori come l’energia pulita, la salute, la tecnologia digitale ed altri. Non è ancora chiaro come esattamente sarà strutturato il piano o quanto capitale sarà allocato.

Dall’altra parte, l’iniziativa Belt and Road cinese è uno dei progetti chiave dell’amministrazione del presidente cinese, Xi Jinping, annunciata nel 2013 per la prima volta e poi formalizzata nel 2015. Le cosiddette Nuove Vie della Seta includono un macro-quadro di investimenti e una lunga serie di progetti di interconnessione infrastrutturale tra l’Asia – e la Cina in particolare – e il resto del mondo, passando dall’Africa per raggiungere l’Europa. L’idea è quella di ricreare le antiche rotte della Via della Seta terrestre per connettere Asia e Europa e di quella marittima che interessa il continente africano. A tale proposito, Pechino continua a dichiarare fermamente che il progetto sia “stato creato dalla Cina, ma rappresenta un bene comune per tutti i Paesi del mondo”.

Tuttavia, sono in molti a guardare con sospetto l’iniziativa, primi tra tutti India e Stati Uniti. La principale critica che l’iniziativa di Xi Jinping riceve è quella di essere una “trappola del debito” ai danni dei Paesi più poveri che vi stanno partecipando per i quali i grandi flussi di investimenti cinesi ricevuti per finanziare i progetti del Belt and Road sarebbero un fardello a lungo termine che li rende soggetti all’influenza cinese. Inoltre, queste iniziative ampliano la presenza della Cina in nuovi territori, in un periodo di forti contrapposizioni tra Oriente e Occidente, sopratutto tra Pechino e Washington. I rapporti bilaterali sono peggiorati durante l’amministrazione dell’ex presidente, Donald Trump, ma anche oggi la Casa Bianca mantiene l’intenzione di controbilanciare la crescente influenza di Pechino nell’arena internazionale. 

La Cina e gli USA sono state impegnate in una guerra commerciale a partire dal 6 luglio 2018 e  durante tale periodo i due Paesi avevano imposto tariffe sui beni importati l’una dall’altra. In particolare, nel 2018 c’era stato un aumento reciproco dei dazi su 34 miliardi di beni importati l’uno dall’altro. Tale quadro si era poi progressivamente e, a maggio 2019, aveva visto un aumento dei dazi da parte statunitense del 25 % su 200 miliardi di prodotti cinesi e, a giugno 2019, l’incremento del 25% delle tariffe su 60 miliardi di prodotti statunitensi da parte cinese. Tale situazione era stata parzialmente attenuata dall’Accordo economico-commerciale “di fase 1” firmato il 15 gennaio 2020 alla Casa Bianca. La firma era stata il primo passo concreto verso la fine della guerra dei dazi tra le due maggiori economie a livello mondiale, tuttavia le tensioni in questo ambito non sembrano essersi concluse.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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