Siria, Idlib: registrata la peggiore violazione della tregua

Pubblicato il 11 giugno 2021 alle 12:01 in Medio Oriente Siria

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Nonostante il cessate il fuoco stabilito il 5 marzo 2020, la regione Nord-occidentale di Idlib sta assistendo a nuove violente tensioni. Secondo alcuni, Mosca sta cercando di inviare un messaggio ad Ankara, minacciandola della possibilità di “cambiare le regole del gioco”, in un governatorato al centro degli interessi di entrambe.

È da più di cinque giorni che le aree meridionali di Idlib, ultima roccaforte tuttora controllata in larga parte dei gruppi di opposizione, è oggetto di ripetuti bombardamenti da parte delle forze siriane affiliate al presidente Bashar al-Assad e del suo alleato russo. Il culmine è stato raggiunto il 10 giugno, quando almeno 10 individui, tra cui 3 civili, hanno perso la vita a seguito di attacchi missilistici siro-russi.

Tra le vittime, vi è stato altresì Abu Khaled al-Shamy, il portavoce ufficiale dell’ala militare di Hayat Tahrir al-Sham (HTS), un gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda e coinvolto nella guerra civile siriana, oltre a 3 combattenti di tale organizzazione e al suo coordinatore media, Abu Mosa’ab. A detta di fonti locali, l’esercito di Damasco avrebbe dapprima colpito, con un missile guidato, un’auto parcheggiata vicino a un’abitazione di Iblin, nel Sud di Idlib. Quando poi sono accorsi combattenti di Hayat Tahrir al-Sham, è stato lanciato un altro missile.

Nella medesima giornata, aerei di Mosca sono stati visti lanciare circa 12 attacchi in diverse aree periferiche di Idlib, tra cui Iblin, al-Fateera e Jabal al-Zawiya, in concomitanza con quasi 140 raid di Damasco contro il medesimo governatorato. Nel frattempo, attivisti locali hanno riferito che le regioni meridionali di Idlib stanno assistendo a un’ondata di sfollamento verso le regioni settentrionali della Siria. In particolare, si prevede che saranno circa 300.000 i civili in fuga dalle aree di Ibleen, Kafr Aweed, Sufuhun e Al-Bara.

Quanto accaduto il 10 giugno ha rappresentato una delle peggiori violazioni della tregua registrate nel corso degli ultimi quindici mesi. Erano stati i presidenti di Turchia e Russia, Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin, a favorire un accordo di cessate il fuoco nel governatorato di Idlib, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine degli ultimi colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Tuttavia, alla luce della recente escalation, sono diversi gli analisti e gli attivisti che credono che Mosca e Damasco vogliano esercitare pressione su Ankara e invadere le aree Sud di Idlib, Jabal al-Zawiya in primis, impedendo altresì l’ingresso di aiuti umanitari attraverso i valichi di frontiera tra Siria e Turchia. A tal proposito, si pensa che l’escalation possa aumentare in vista del voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo del meccanismo di invio di aiuti umanitari attraverso Bab al-Hawa, un valico che collega la Turchia a Idlib, posto sotto il controllo dei gruppi di opposizione. Da parte loro, le forze turche e i gruppi ribelli ad esse affiliate hanno lanciato attacchi contro le postazioni dell’esercito damasceno a Umm e Sarqib.

Nel riportare il parere di alcuni analisti, il quotidiano al-Arab ha definito Idlib “il giardino sul retro” della Turchia, evidenziando come quest’ultima sia determinata a preservare la propria presenza militare nella regione, sia attraverso forze proprie sia attraverso il suo sostegno a gruppi locali, tra cui HTS, che attualmente controlla circa metà dei territori del governatorato Nord-occidentale. La Russia, da parte sua, sembra voler dimostrare di essere in grado di “cambiare le regole” nel Nord della Siria, ma, al contempo, Mosca sarebbe preoccupata del comportamento di Ankara e delle concessioni che questa potrebbe offrire a Washington, in cambio dell’appoggio dell’amministrazione di Joe Biden.

Tali sviluppi si inseriscono nel quadro del perdurante conflitto siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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