Myanmar: nuove accuse per Aung San Suu Kyi, gli sfollati preoccupano l’India

Pubblicato il 11 giugno 2021 alle 17:23 in Asia Myanmar

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La leader del governo civile deposto dai militari del Myanmar, Aung San Suu Kyi, ha ricevuto nuove accuse di corruzione il 10 giugno. Intanto, le autorità indiane degli Stati indiani di Mizoram, Manipur e Nagaland, al confine con il Myanmar, si sono dette preoccupate per la presenza di combattenti pro-democrazia tra gli sfollati che si sono riversati nei loro territori.

Il 10 giugno, Aung San Suu Kyi è stata accusata di aver accettato tangenti da un ex capo della regione di Yangon per un valore di 600.000 dollari in contanti e 11 kg di oro dalla commissione anti-corruzione della giunta militare al potere dal primo febbraio scorso. Tali accuse vanno a sommarsi ai sei casi giudiziari diversi nei quali è già stata accusata, cinque tra i quali presentati nella capitale Naypyidaw e uno nella principale città del Paese, Yangon. Un primo processo a Naypyidaw inizierà il prossimo 14 giugno e un secondo il giorno dopo.

Dal primo febbraio, la donna è agli arresti domiciliari insieme a figure di primo piano dell’ex governo civile come l’ex presidente Win Myint. Il suo avvocato, Khin Maung Zaw, ha definito le accuse di corruzione “assurde” e ha dichiarato che la donna potrebbe affrontare lunghe pene detentive per le accuse di segretezza e corruzione. Per l’avvocato, i militari vorrebbero tenerla lontana dalla scena politica del Paese e infangare il suo nome in vista delle elezioni che sono state promesse dai militari e alle quali il partito della donna, la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), potrebbe essere escluso.

Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare che ha guidato il Paese dal 1948 al 2008. La donna è stata poi eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. Nonostante il grande apprezzamento da parte della popolazione e il conferimento di un premio Nobel per la pace nel 1991, la sua leadership ha subito però numerose critiche in relazione alla questione dei Rohingya, un’etnia di fede musulmana che ha subito una campagna di violenze iniziata nel 2017 che ha costretto all’esodo di massa centinaia di migliaia di persone, determinando una delle più gravi crisi in corso a livello globale.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, Aung San Suu Kyi, Win Myint e altre figure di primo piano del governo civile sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la NDL, il partito fino a quel momento al governo. 

Da tale evento in poi, il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. Sarebbero oltre 850 le persone morte negli scontri, secondo quanto riferito dall’associazione locale nota come Assistance Association for Political Prisoners. In secondo luogo, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GNU), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GNU e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso. Infine, l’Esercito avrebbe ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. I combattimenti nelle aree periferiche del Paese stanno generando centinaia di migliaia di sfollati e si teme per la loro dispersione anche oltre ai confini birmani.

A tal proposito, il 10 giugno, le autorità degli Stati indiani di Mizoram, Manipur e Nagaland, al confine con il Myanmar, hanno riferito a Reuters, citato da Al-Jazeera English, di temere che la regione possa diventare un’area organizzativa per gli attivisti pro-democrazia. Al momento, i tre Stati stanno ospitando circa 16.000 birmani e prevedono che tale numero aumenterà.

A Mizoram, le autorità stanno controllando i combattenti pro-democrazia del Myanmar che si sono uniti ai rifugiati attraversando il confine segnato dal fiume Tiau e caratterizzato da fitta vegetazione. Le autorità locali hanno affermato che non consentiranno ai combattenti di addestrarsi nei propri territori, come già avvenuto nel mese di maggio scorso. In tal caso il campo di addestramento era stato smantellato.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione