Libia: scontri nella capitale, utilizzate “armi di ogni tipo”

Pubblicato il 11 giugno 2021 alle 8:43 in Africa Libia

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Le aree occidentali della capitale Tripoli sono state teatro di violenti scontri, all’alba di venerdì 11 giugno, che hanno visto protagoniste milizie locali. L’episodio ha messo nuovamente in luce la necessità di unificare l’apparato di sicurezza del Paese Nord-africano.

Gli scontri hanno visto affrontarsi, da un lato, le milizie fedeli a Muhammad al-Bahrun, soprannominato “Il topo”, legate alla città di al-Zawiya, e, dall’altro lato, i gruppi armati di al-Ajilat, affiliati a Muhammad Baraka. Dopo ore di “mobilitazione militare”, i due gruppi hanno cominciato a scontrarsi a circa 80 chilometri da Tripoli, nell’area di al-Ajilat, impiegando armi di diversa tipologia, sia pesanti sia di medio calibro, mentre attivisti locali hanno affermato di aver visto precipitare razzi in modo indiscriminato su alcuni quartieri della capitale. A seguito delle tensioni, alcune strade sono state chiuse al traffico, mentre i membri del Distretto della sicurezza, legato al Ministero dell’Interno, si sono ritirati. In concomitanza con gli scontri, fonti locali hanno riferito che altre milizie affiliate a un individuo noto come “Il fuggitivo”, ricercato dalla Procura per presunta affiliazione allo Stato Islamico e coinvolgimento in diversi crimini, hanno appiccato un incendio presso l’abitazione di Muhammad Baraka. Al momento, le tensioni sembrano non essersi ancora del tutto placate.

A Tripoli, i gruppi armati che hanno combattuto contro il generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) controllano ancora le strade della capitale. Sin dal cessate il fuoco, raggiunto il 23 ottobre 2020, e dalla successiva formazione del nuovo esecutivo ad interim, le milizie locali della Libia occidentale sono state protagoniste di una crescente mobilitazione, alimentata da divergenze e interessi contrapposti, nel tentativo di guadagnarsi un ruolo all’interno dell’apparato militare statale. Nonostante l’interruzione delle battaglie presso i fronti di combattimento libici, anche Bengasi continua a essere teatro di arresti forzati, condotti da uomini armati mascherati, i quali portano i detenuti in luoghi sconosciuti. In generale, la sicurezza dell’Est libico, tuttora controllato dai gruppi fedeli ad Haftar, è precaria, alla luce delle perduranti operazioni di vendetta o “regolamento di conti” tra le bande libiche locali. Sebbene le autorità della Libia orientale abbiano più volte riferito di aver condotto indagini su uccisioni “illegali”, i responsabili di tali crimini, a cui si fa riferimento con “uomini armati non identificati”, non sono ancora stati portati davanti alla giustizia.

Alla base della mancanza di sicurezza sia nell’Est sia nell’Ovest libico, secondo alcuni, vi è l’assenza di un apparato militare unificato. Le istituzioni di sicurezza statali risultano essere ancora divise e, di conseguenza, non in grado di fronteggiare situazioni che potrebbero sfociare nel caos. Inoltre, il governo guidato da Abdul Hamid Dabaiba sembra non avere ancora un piano chiaro per affrontare gruppi armati locali, volto ad arrestare i combattenti “fuorilegge” e ad includerne altri nelle forze regolari statali.

Unificare i servizi e le autorità di sicurezza e portarli sotto il controllo dello Stato è uno dei diversi dossier definiti più “spinosi” per il governo Dabaiba, impegnato a guidare la Libia nel percorso di transizione democratica, e, in particolare, verso le elezioni del 24 dicembre 2021, oltre che nel garantire stabilità alla popolazione. In tale quadro, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, in un’intervista rilasciata a Sputnik, a cui ha fatto riferimento il quotidiano al-Arabiya, ha affermato che l’unificazione delle istituzioni militari era stata già parzialmente concordata nel 2017 al Cairo, ma i colloqui successivi  non hanno portato a risultati concreti, a causa di divergenze interne, riguardanti la scelta del comandante supremo dell’esercito unificato, così come lo scioglimento delle milizie e la raccolta delle armi. Al-Mismari ha poi specificato che non spetta al Comitato militare congiunto 5+5 risolvere la questione, in quanto la sua missione è stabilire un cessate il fuoco e delineare una tabella di marcia per la formazione delle istituzioni militari. La road map, ha affermato il portavoce, è stata redatta e prevede, tra i diversi punti, anche l’espulsione di forze e mercenari stranieri e lo smantellamento e reintegrazione dei gruppi armati locali. Ad ogni modo, unificare le istituzioni militari richiede ancora altri passaggi, e, ad oggi, non è chiaro se verrà chiesto al Comitato 5+5 di risolvere la questione o se ciò verrà rinviato a dopo le elezioni.

La Libia è testimone di una perdurante crisi dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Dopo il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto dall’allora premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e dal presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, il 23 ottobre le delegazioni del Governo di Accordo Nazionale e dell’Esercito Nazionale Libico, partecipanti al Comitato militare congiunto 5+5, hanno siglato un accordo con cui si sono ufficialmente impegnate a garantire una tregua permanente nel Paese, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ciò ha dato nuovo slancio ad una mobilitazione politica che ha visto attori libici riunirsi in diverse sessioni di dialogo, sotto l’egida delle Nazioni Unite, consentendo la nomina di nuove autorità esecutive ad interim e proseguendo sulla strada della transizione democratica auspicata.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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