Bahrein: proteste dopo la morte di un attivista in prigione

Pubblicato il 11 giugno 2021 alle 10:45 in Bahrein Medio Oriente

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Il Regno del Bahrein ha assistito a una mobilitazione popolare, dopo che un prigioniero politico, Hussein Barakat, è morto di Coronavirus nel carcere in cui era detenuto.

La morte di Barakat, un uomo di 48 anni, è stata resa nota, il 9 giugno, dal Ministero dell’Interno bahreinita, il quale ha specificato che Hussein era stato vaccinato nel mese di marzo scorso, oltre ad aver ricevuto l’assistenza medica necessaria presso l’ospedale di Salmaniya, dove era ricoverato dal 29 maggio. Stando a quanto riferito dal Bahrain Institute for Rights and Democracy, l’uomo era un “prigioniero politico”, detenuto nella prigione di Jau, dopo essere stato condannato all’ergastolo nel 2018, a seguito di un processo di massa che ha visto anche altre 53 persone condannate alla stessa pena detentiva, per presunta appartenenza a una cellula “terroristica”. Con tale aggettivo, solitamente Manama indica attivisti della comunità sciita locale. In un primo momento, Barakat era stato altresì privato della cittadinanza bahreinita, successivamente ripristinata con un decreto reale, mentre il figlio, di 16 anni, è stato anch’egli condannato a 20 anni di carcere.

È dallo scoppio della pandemia di Covid-19 che la prigione di Jau, dove è detenuto anche il padre di Hussein, è stata oggetto di proteste, organizzate dai familiari dei detenuti, i quali hanno lamentato sovraffollamento, condizioni igienico sanitarie precarie e mancanza di cure mediche. Nel corso delle manifestazioni, di piccola entità, è stata richiesta la liberazione dei prigionieri in tutto il Paese del Golfo, sebbene, il 12 marzo 2020, con un’ordinanza reale del re Hamad bin Isa Al Khalifa, fosse stata concessa la grazia a 901 prigionieri, mentre ad altri 585, già a metà del periodo di detenzione previsto, è stato consentito di scontare il resto della sentenza in centri riabilitativi o all’interno di programmi di formazione. Si era trattato di una delle maggiori amnistie messe in atto dal Regno sin dalle rivoluzioni del 2011 contro la monarchia.

Poi, la morte di Hussein Barakat ha scatenato nuove proteste, scoppiate sin dal 9 giugno a Sanabis e presso il villaggio di Diya, nella periferia Nord della capitale bahreinita, dove centinaia di cittadini sono scesi in piazza denunciando le pratiche del “regime”, e richiedendo il rilascio dei prigionieri politici, per prevenire ulteriori contagi e vittime da Coronavirus. Gli slogan, definiti “rabbiosi”, erano diretti anche contro il sovrano, ritenuto essere responsabile della morte di Barakat, mentre i manifestanti sono stati visti bloccare le strade con pneumatici bruciati.

Oltre al gruppo di opposizione al-Wefaq, anche l’Euro Med Monitor in Gulf ha chiesto un’indagine immediata e indipendente sulla morte di Hussein Barakat, affermando che, dallo scoppio della pandemia, all’interno delle prigioni bahreinite non è stata fornita l’assistenza sanitaria necessaria, né sono state attuate misure preventive, e le autorità hanno continuato a mostrare negligenza, nonostante la richiesta di profondere sforzi per frenare la diffusione del virus tra i detenuti.

Per il Bahrain Institute for Rights and Democracy, con sede in Gran Bretagna, la morte di Barakat poteva essere evitata se il governo avesse accettato il rilascio dei prigionieri politici per prevenire la diffusione della pandemia. Il medesimo istituto ha riferito che circa il 60% dei 255 prigionieri politici nell’edificio numero 12 della prigione di Jau è risultato positivo al Covid-19. In generale, anche il resto del Paese ha assistito, nelle ultime settimane, a un’impennata di contagi, raggiungendo i 3.000 casi giornalieri. Con una popolazione di 1,6 milioni di persone, il Bahrein ha registrato, in totale, più di 253.000 contagi, di cui 1.160 morti.

Le condizioni igienico sanitarie non sono l’unico elemento ad essere al centro delle denunce di organizzazioni per i diritti umani contro il Regno del Golfo, le quali hanno spesso criticato le pratiche subite dai prigionieri. Secondo l’organizzazione non governativa statunitense Freedom House, il Bahrein rappresenta uno degli Stati più repressivi del Medio Oriente, in cui torture, esecuzioni illegali e abusi dei diritti umani vengono spesso praticati ma non denunciati. È stata altresì l’organizzazione Human Rights Watch (HRW) ad affermare come, sin dal 2010, siano numerosi gli attivisti dell’opposizione arrestati e sottoposti a torture, dopo essersi ribellati alla monarchia. È stato dichiarato che le autorità hanno dimostrato una politica di tolleranza zero per qualsiasi pensiero politico libero e indipendente e hanno imprigionato, esiliato o intimidito chiunque criticasse il governo. Nel mese di ottobre 2019, HRW ha altresì denunciato la mancanza di cure mediche o di assistenza alle persone più anziane. Si tratta di un fenomeno segnalato anche all’interno delle carceri femminili.

Il Bahrein, confinante con l’Arabia Saudita e situato di fronte all’Iran, è stato turbato da disordini interni sin dal mese di febbraio 2011, quando i manifestanti hanno occupato la capitale Manama, chiedendo più democrazia e la fine della discriminazione contro la maggioranza musulmana sciita, da parte della famiglia reale sunnita. In tale scenario, l’Arabia Saudita e altri Paesi della Penisola inviarono truppe a sostegno della monarchia. L’Iran, Paese a maggioranza sciita, chiese il ritiro delle truppe ma ciò che ottenne fu l’espulsione dell’incaricato d’affari iraniano a Manama, con l’accusa di aver avuto contatti con i gruppi d’opposizione. Ancora oggi le tensioni nel Paese continuano e il Bahrein accusa l’Iran di essere coinvolto e di influire in tali turbolenze.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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