Yemen: esplosioni a Sana’a, la coalizione nega il suo coinvolgimento

Pubblicato il 10 giugno 2021 alle 17:02 in Medio Oriente Yemen

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La capitale yemenita Sana’a, posta sotto il controllo delle milizie ribelli Houthi, è stata interessata da una serie di esplosioni, giovedì 10 giugno. La causa non è stata ancora rivelata, ma la coalizione internazionale a guida saudita ha negato un proprio coinvolgimento.

Testimoni oculari hanno riferito di aver udito esplosioni a intermittenza. Le prime due si sarebbero verificate nelle prime ore del mattino, mentre le successive tre verso mezzogiorno. Queste hanno colpito anche l’ex quartier generale della Prima divisione corazzata, una delle maggiori formazioni militari dell’esercito yemenita, smantellata nel 2012. L’accampamento, situato nel Nord-Ovest di Sana’a, è stato tra i primi luoghi ad essere preso d’assalto dalle milizie sciite il 21 settembre 2014, data del colpo di Stato che ha consentito agli Houthi di invadere la capitale e prendere il controllo di gran parte delle istituzioni statali e dei Ministeri.

Al momento, le cause alla base delle esplosioni del 10 giugno non sono note e gli Houthi non si sono ancora espressi a riguardo. È probabile che le esplosioni siano avvenute in depositi di armi all’interno dell’accampamento della Prima divisione corazzata. La coalizione guidata da Riad, da parte sua, ha affermato che le proprie forze non hanno condotto nessuna operazione militare nella capitale né tantomeno in altre città yemenite nell’ultimo periodo. L’obiettivo attuale della coalizione, è stato specificato, è astenersi da azioni militari per dare spazio agli sforzi internazionali, così da creare un’atmosfera positiva che favorisca una risoluzione politica e pacifica del conflitto civile in Yemen.

Proprio la capitale yemenita ha ospitato, dal 5 giugno, delegati omaniti del cosiddetto “Royal Office”, giunti in Yemen per discutere con rappresentanti Houthi della situazione in Yemen e delle iniziative di pace presentate a livello internazionale, tra cui la “dichiarazione congiunta” elaborata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths. Alla luce di ciò, alcuni non escludono l’ipotesi secondo cui le esplosioni del 10 giugno siano state perpetrate per minare il percorso verso la pace in Yemen. Tuttavia, non vi sono prove che dimostrerebbero tale idea, ed episodi simili sono già avvenuti in passato, quando esplosioni presso depositi di armi dei ribelli hanno talvolta provocato anche vittime civili.

La crisi yemenita è scoppiata a seguito del colpo di stato Houthi del 21 settembre 2014. La coalizione a guida saudita è intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015, ponendosi a fianco dell’esercito yemenita legato al presidente Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale. L’alleanza vede la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrain, Kuwait, Egitto e Giordania. Da gennaio 2020, le tensioni si sono particolarmente acuite presso i fronti settentrionali e Nord-occidentali, tra cui Ma’rib, ultima roccaforte settentrionale controllata in gran parte dalle forze filogovernative. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, i ribelli hanno lanciato una violenta offensiva, tuttora in corso, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe loro di completare i propri piani espansionistici nel Nord dello Yemen. Al momento, però, non sono stati registrati risultati significativi, mentre il peggioramento della situazione umanitaria desta preoccupazione a livello internazionale.

Motivo per cui, negli ultimi mesi è stato dato nuovo slancio agli sforzi diplomatici a livello internazionale, che hanno visto impegnati non solo il Sultanato dell’Oman, ma anche l’inviato dell’Onu, Griffiths, e quello degli stati Uniti, Timothy Lenderking. L’obiettivo è convincere, da un lato, i ribelli a favorire un cessate il fuoco, ponendo fine anche agli attacchi contro l’Arabia Saudita, e, dall’altro lato, esortare il governo yemenita e Riad a revocare le restrizioni imposte sui porti controllati dagli Houthi, Hodeidah in primis, e sull’aeroporto internazionale di Sana’a. Su quest’ultimo punto, alcune fonti hanno riferito che gli ultimi colloqui mediati da Muscat potrebbero aver portato a risultati positivi, visto il presunto avvio di operazioni di ricostruzione presso l’aeroporto, chiuso dal 2015. Si tratta, però, di notizie non ancora confermate né ufficializzate.

In tale quadro, il capo dell’Alto Consiglio politico del gruppo sciita, Mahdi al-Mashat, in una dichiarazione rilasciata il 9 giugno, a margine dei colloqui con i funzionari omaniti, ha affermato che riaprire l’aeroporto di Sana’a e il porto di Hodeidah rappresenta un “diritto umanitario”, a favore della stabilità del Paese e del suo popolo. Per al-Mashat, sono tre i punti su cui il proprio gruppo non cederà, ovvero porre fine all’assedio, alle operazioni via terra, mare e aerea della coalizione, e all’occupazione straniera, non consentendo ad attori stranieri di interferire nelle questioni interne yemenite.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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