Scontro a fuoco in Cisgiordania: morti 3 palestinesi

Pubblicato il 10 giugno 2021 alle 10:22 in Israele Palestina

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L’irruzione di forze israeliane a Jenin, in Cisgiordania, ha provocato, nella notte tra il 9 e il 10 giugno, scontri a fuoco con i membri della sicurezza palestinese. In totale, sono 3 i palestinesi rimasti uccisi.

In particolare, due erano ufficiali dei servizi di intelligence militare dell’Autorità Palestinese, mentre la terza vittima si pensa fosse membro del Movimento per il Jihad Islamico, classificato come terroristico da alcuni Paesi, tra cui Israele e Stati Uniti. Secondo quanto riportato da fonti palestinesi, le tensioni sono scoppiate con l’arrivo di membri dell’unità antiterrorismo israeliana, giunti a Jenin, nei pressi della sede dei servizi di intelligence palestinesi, per arrestare individui sospettati di affiliazione al Movimento per il Jihad Islamico. Dopo aver notato le forze israeliane, mentre conducevano la propria operazione a bordo di veicoli civili, due agenti palestinesi, identificati con Adham Yasser Eleiwi e Tayseer Ayasa, sono intervenuti per frenare l’operazione, il che ha dato il via a uno scontro a fuoco.

Secondo le Forze di Polizia israeliana di frontiera, l’operazione intrapresa nella sera del 9 giugno mirava ad arrestare i presunti responsabili di una serie di sparatorie condotte nelle ultime settimane, i quali si pensa si nascondessero presso un edificio situato nei pressi del compound dell’intelligence militare palestinese. Ad ogni modo, non è la prima volta che le forze israeliane effettuano raid nei territori della Cisgiordania, ma gli scontri con le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese sono stati definiti rari. Inoltre, le truppe israeliane sono solite coordinarsi con le controparti palestinesi prima di entrare in città poste sotto il loro controllo. Circa l’operazione del 9 giugno, però, una fonte della sicurezza palestinese ha dichiarato che Israele non ha avvertito dell’operazione di arresto a Jenin. Anche in passato, problemi di comunicazione hanno causato incidenti simili, dopo che soldati israeliani hanno preso di mira agenti palestinesi, scambiandoli per terroristi.

A seguito dell’episodio a Jenin, la presidenza dell’Autorità palestinese ha condannato quanto accaduto e ha parlato di una “pericolosa escalation” che potrebbe avere conseguenze negative. In particolare, il portavoce della presidenza, Nabil Abu Rudeineh, ha affermato che la continuazione di “pratiche di occupazione” da parte di Israele, così come le “uccisioni quotidiane” e la perdurante violazione dei diritti del popolo palestinese e delle norme del Diritto internazionale rischiano di alimentare ulteriori tensioni. Alla luce di ciò, l’amministrazione statunitense è stata esortata a esercitare pressione su Israele, affinché questo ponga fine alla sua “aggressione”, prima di giungere a un livello “incontrollabile”.

Anche i territori della Cisgiordania erano stati interessati dai movimenti di protesta sfociati in concomitanza con la violenta escalation a Gaza, che ha visto affrontarsi, dal 10 al 21 maggio, Israele e gruppi palestinesi, Hamas in primis. Non da ultimo, il 28 gennaio, il Ministero della Salute dell’Autorità Palestinese ha riferito che le forze israeliane avevano ucciso un 28enne palestinese, Zakaria Hamayel, nel villaggio di Beita, a Sud di Nablus, in Cisgiordania, durante proteste contro l’ampliamento di alcuni insediamenti israeliani su territori palestinesi. L’episodio è giunto a tre giorni di distanza dall’uccisione di un altro palestinese da parte delle forze israeliane, in un campo profughi nei pressi di Ramallah, sempre in Cisgiordania.

Sebbene la tregua a Gaza, raggiunta con la mediazione dell’Egitto, sembri essere rispettata da entrambe le parti, il clima è ancora teso. A tal proposito, il 9 giugno, decine di israeliani, circa 78, hanno fatto irruzione presso la moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, alla presenza di forze di polizia di Israele. Ciò è avvenuto poco dopo l’annuncio del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, il quale ha autorizzato, per il 15 giugno, la cosiddetta “Marcia delle bandiere”, una parata organizzata per celebrare la conquista della parte orientale di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei giorni nel 1967. Di fronte a uno scenario instabile, Washington ha esortato israeliani e palestinesi a evitare “provocazioni”, continuando a rispettare l’accordo di cessate il fuoco.

La moschea di al-Aqsa era stata teatro delle violente manifestazioni che, il 10 maggio, avevano portato all’escalation tra Israele e il gruppo palestinese Hamas. Quest’ultimo aveva avvertito il governo di Tel Aviv che avrebbe avviato un attacco su larga scala qualora le forze israeliane non si fossero ritirate dalla Spianata delle Moschee e dal monte del Tempio, oltre che dal compound di al-Aqsa, entro le 2:00 del mattino. Alla luce della mancata risposta da parte israeliana, Hamas ha iniziato a lanciare razzi contro Gerusalemme già dalla sera del 10 maggio e, nel corso dei giorni successivi, le offensive sono proseguite con attacchi da ambo le parti. Dopo 11 giorni di combattimenti, alle 2:00 di mattina del 21 maggio è entrato in vigore a Gaza un cessate il fuoco.

Secondo quanto riferito dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, il proprio ufficio ha verificato la morte di 270 palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme Est, inclusi 68 bambini. Sul fronte israeliano, l’esercito di Tel Aviv ha riferito che un soldato e 12 civili sono rimasti uccisi, mentre i propri raid avrebbero causato la morte di più di 200 combattenti di Hamas e del Movimento per il Jihad Islamico. Le autorità sanitarie della Cisgiordania, dal canto loro, hanno affermato che 31 persone sono state uccise nella regione occupata.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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