Myanmar: 100.000 sfollati vicino al confine con la Thailandia

Pubblicato il 9 giugno 2021 alle 20:38 in Myanmar Thailandia

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Le Nazioni Unite hanno affermato, l’8 giugno, che circa 100.000 persone che vivevano nello Stato birmano di Kayah, situato al confine tra Myanmar e Thailandia, hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa dei combattimenti tra l’Esercito e le forze del governo di unità nazionale (GUN), nato il 16 aprile scorso per opporsi alla giunta militare.

Lo Stato di Kayah è stato teatro di scontri tra l’Esercito, che ha preso il potere nel Paese il primo febbraio scorso, e la Forza di difesa del popolo, il braccio armato del GNU. L’Esercito ha risposto agli attacchi delle Forze di difesa del popolo con armi pesanti e attacchi aerei, spingendo la popolazione locale ad abbandonare l’area. La Thailandia, che teme un esodo verso i propri confini, ha espresso preoccupazione per tali avvenimenti e ha esortato i militari ad adottare le misure concordate con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico ASEAN, il 24 aprile scorso.

Le Nazioni Unite in Myanmar hanno affermato che la crisi in Myanmar potrebbe spingere gli abitanti del Paese a oltrepassare i confini internazionali in cerca di sicurezza come già successo in altre aree del Paese. L’Onu ha quindi chiesto alle parti coinvolte di adottare le misure necessarie a proteggere i civili e le infrastrutture non militari e di consentire l’accesso di aiuti per gli sfollati.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo. 

Da tale evento in poi il Myanmar ha assisto a sconvolgimenti interni su più fronti. In primo luogo, dal 6 febbraio, sono nati sia un movimento di disobbedienza civile, con il quale molti dipendenti pubblici hanno lasciato il proprio impiego, sia proteste della popolazione che l’Esercito ha represso con la violenza. In secondo luogo, l’Esercito ha ripreso a combattere contro diverse milizie etniche, le quali si sono avvicinate ai manifestanti fornendo loro anche addestramento militare. Infine, il 16 aprile scorso, più membri del Parlamento birmano deposti, alcuni leader delle proteste e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese hanno istituito un governo di unità nazionale (GUN), che, dal 5 maggio scorso, ha un corpo armato noto come Forza di difesa del popolo. Il GUN e le sue milizie sono stati classificati come un gruppo terroristico l’8 maggio scorso.

A livello internazionale, l’ASEAN, di cui fa parte anche il Myanmar, aveva elaborato una proposta in cinque punti per risolvere la crisi in corso nel Paese ma il generale Min Aung Hlaing aveva affermato che l’attuazione di tale piano dovesse avvenire una volta che la situazione in Myanmar fosse stata stabile. 

Prima dell’8 giugno, l’inviata speciale dell’Onu per il Myanmar, Chrisrine Schraner Burgener, aveva affermato che nel Paese asiatico potrebbe iniziare una guerra civile e ha esortato l’ASEAN ad agire, il 24 maggio. Al 21 aprile, invece, l’Onu aveva stimato che gli sfollati nel Paese fossero circa 250.000.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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