L’Eritrea incolpa gli Stati Uniti per la guerra in Etiopia

Pubblicato il 9 giugno 2021 alle 11:26 in Eritrea Etiopia USA e Canada

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Il ministro degli Esteri dell’Eritrea, Osman Saleh, ha accusato le amministrazioni statunitensi che hanno sostenuto il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) negli ultimi 20 anni, di aver provocato la guerra, che va avanti dal novembre 2020, nella regione settentrionale dell’Etiopia. Saleh ha aggiunto che incolpare Asmara per i combattimenti sarebbe infondato.

In una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, diffusa lunedì 7 giugno, il ministro eritreo si è scagliato contro l’amministrazione del presidente Joe Biden, accusandolo di “alimentare ulteriori conflitti e destabilizzazione” attraverso interferenze e intimidazioni nella regione. “L’obiettivo apparente di questi atti è resuscitare i resti del regime del TPLF”, ha affermato Saleh. Nonostante l’Eritrea sia stata accusata di aver inviato sue truppe a sostegno del governo etiope nella regione del Tigray, il ministro Saleh non ha fatto riferimento alla presenza di soldati eritrei in Etiopia e non ha risposto nemmeno agli appelli internazionali che chiedono un loro immediato ritiro. Solo ad aprile, l’Eritrea aveva riconosciuto che i suoi uomini stavano prendendo parte ad una guerra nella regione. Poco più tardi, il Ministero degli Esteri etiope aveva annunciato che le forze di Asmara stavano iniziando a ritirarsi dal Tigray dopo aver combattuto a fianco del governo. 

Le forze di Asmara sono considerate responsabili di diverse atrocità nella regione. Sempre nel mese di aprile, i soldati eritrei erano stati accusati, dall’ONG Amnesty International, di aver aperto il fuoco sui civili tigrini, uccidendone 3 e ferendone almeno 19. Alcuni testimoni, sopravvissuti alle violenze, hanno rivelato a funzionari e operatori umanitari che soldati eritrei sono stati visti mentre si trovavano a poca distanza dal confine, a volte vestiti con uniformi dell’esercito etiope, a controllare strade chiave e l’accesso ad alcune comunità. 

Il governo di Addis Abeba considera i combattenti del TPLF terroristi. Dal canto suo, il ministro degli Esteri eritreo ha accusato il Fronte tigrino di voler condurre una campagna di disinformazione per nascondere i suoi schemi illeciti finalizzati ad armarsi e a rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed e ha esortato il Consiglio di sicurezza “a prendere tutte le misure appropriate per porre rimedio all’ingiustizia”. Saleh ha infine criticato il recente annuncio del Dipartimento di Stato USA sulle restrizioni ai visti per gli attuali o gli ex funzionari del governo e dell’esercito eritreo ed etiope, affermando che si tratterebbe solo dell’ultimo di una serie di “atti unilaterali di intimidazione e interferenza”. Meno di due settimane fa, anche oltre 10.000 manifestanti etiopi hanno protestato contro la posizione degli Stati Uniti nei confronti del loro Paese. La marcia, organizzata ad Addis Abeba dalle autorità etiopi, è servita per rivendicare che l’Etiopia non ha bisogno di un “intervento occidentale”.

Sebbene il premier etiope Abiy avesse promesso che le operazioni militari nel Tigray sarebbero durate poco, quasi sette mesi dopo, i combattimenti continuano e le segnalazioni di atrocità aumentano, mentre i leader mondiali hanno messo in guardia dall’inizio di una catastrofe umanitaria. Si stima che migliaia di persone siano state uccise nella guerra che ha costretto almeno un terzo degli oltre 6 milioni di residenti della zona a fuggire altrove. Venerdì 4 giugno, le Nazioni Unite hanno avvertito dell’imminenza di una carestia nel Tigray e nel Nord dell’Etiopia, affermando che per centinaia di migliaia di persone c’è un serio rischio di morire. Mark Lowcock, capo umanitario delle Nazioni Unite, ha dichiarato in una nota aggiuntiva che l’economia del Paese è distrutta, così come lo sono le imprese, le colture e le fattorie, e ha osservato che i servizi bancari o di telecomunicazioni sono assenti. 

Un rapporto delle Nazioni Unite, che sarà presentato all’Assemblea Generale questo mese, ha evidenziato che, oltre a quelli eritrei, anche soldati somali stanno combattendo a fianco delle truppe etiopi nella regione del Tigray. Il documento, di 17 pagine, preparato dal relatore speciale delle Nazioni Unite, Mohamed Babiker, discute della presenza di truppe somale nell’area e aggiunge al conflitto e alla crescente crisi umanitaria un’altra dimensione. “Oltre alle segnalazioni sul coinvolgimento delle truppe eritree nel conflitto del Tigray, il relatore speciale ha anche ricevuto informazioni e segnalazioni che soldati somali sono stati trasferiti dai campi di addestramento militare in Eritrea alla linea del fronte nel Tigray, dove hanno accompagnato le truppe eritree mentre attraversavano il confine etiope”, sostiene il rapporto, menzionando anche la presenza di combattenti somali nei pressi della città etiope di Aksum, patrimonio mondiale dell’Unesco, bombardata indiscriminatamente da quando i combattimenti sono iniziati, lo scorso novembre. I governi di Somalia ed Eritrea hanno negato la partecipazione di soldati somali al conflitto.

Il rapporto delle Nazioni Unite indica anche che sono state segnalate gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle truppe etiopi ed eritree nel Tigray, tra cui il saccheggio del Saint Mary’s Hospital e dell’Akssum University Referral Hospital. Stando al report, l’esercito eritreo avrebbe realizzato “attacchi deliberati contro civili ed esecuzioni sommarie, attacchi indiscriminati, violenze sessuali e di genere, detenzioni arbitrarie, distruzione e saccheggio di proprietà civili e sfollamento e rapimento di rifugiati e richiedenti asilo eritrei”. Il report formula infine raccomandazioni al governo di Asmara, che includono la fornitura di informazioni sulla presenza delle sue truppe nel Tigray e la risposta alle accuse di violazioni dei diritti umani. Si chiede infine all’Eritrea “di garantire che vengano adottate misure di protezione nelle aree sotto il suo effettivo controllo territoriale per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani da parte delle truppe eritree presenti nel Tigray”.

Il primo ministro Abiy aveva ordinato l’avvio di operazioni militari nella regione settentrionale del Tigray il 4 novembre 2020, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nell’area, dichiarazioni che il governo tigrino ha sempre negato apertamente. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy salisse al potere, il 2 aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy.

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto 2020, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo dello scorso anno, che tutte le votazioni sarebbero state rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sono scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. 

Si stima che migliaia di persone, combattenti e non, siano state uccise da quando il conflitto è iniziato. Questo nonostante la comunità internazionale abbia chiesto più volte l’immediata fine degli scontri, la riduzione dell’escalation, il dialogo e l’accesso umanitario.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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