Siria: si teme un’escalation a Idlib

Pubblicato il 8 giugno 2021 alle 11:08 in Medio Oriente Siria

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Idlib, governatorato situato nel Nord-Ovest della Siria, oggetto di un accordo di cessate il fuoco, potrebbe assistere a una nuova escalation da parte dell’esercito legato al presidente siriano, Bashar al-Assad, e del suo alleato russo. Ciò potrebbe verificarsi prima che il Consiglio di Sicurezza si esprima sul rinnovo di una risoluzione per l’invio di aiuti umanitari attraverso il valico di Bab al-Hawa.

La notizia è stata riportata, martedì 8 giugno, dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base delle dichiarazioni degli attivisti locali, i quali hanno riferito di aver assistito, il giorno precedente, il 7 giugno, a una ripresa degli attacchi di artiglieria da parte delle forze filogovernative. Queste hanno colpito, in particolare, Marata, Baylun e Jabal al-Zawiya, località situate nella periferia Sud di Idlib, provocando la morte di un civile e il ferimento di altri. In realtà, hanno specificato gli attivisti, è da giorni che le aree periferiche meridionali di Idlib sono obiettivo di attacchi missilistici e di artiglieria, condotti in concomitanza con voli di ricognizione di Mosca e Teheran, alleate di Damasco. Circa gli ultimi episodi, il 6 giugno, gruppi di opposizione hanno dichiarato che le forze russe e siriane hanno colpito l’area di Jabal al-Zawiya e, nello specifico, i villaggi situati presso le linee di contatto.

Di fronte alla ripresa degli attacchi dell’esercito damasceno, le forze della Turchia, il 6 giugno, hanno colpito Jurin, un accampamento siriano ritenuto essere la base da cui vengono lanciati attacchi missilistici contro Idlib. A tal proposito, un portavoce dell’Esercito Siriano Libero, uno dei gruppi di opposizione armata operativo in Siria, l’attacco contro Jurin ha rappresentato una risposta alle ripetute violazioni dell’accordo di de-escalation a Idlib. I gruppi ribelli, ha affermato il portavoce, sono disposte a rispondere a tali violazioni, prendendo di mira anche le “postazioni militari da cui vengono lanciati razzi”.

Di fronte a tale scenario, secondo al-Araby al-Jadeed, Ankara si sta preparando a una possibile escalation a Idlib, che potrebbe verificarsi prima di due eventi ritenuti rilevanti. Il primo è legato alla ripresa dei colloqui di Astana, negoziati riguardanti la crisi siriana, in cui Turchia, Russia e Iran svolgono il ruolo di garanti. Il secondo riguarda il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul meccanismo di invio di aiuti umanitari attraverso Bab al-Hawa, un valico che collega la Turchia a Idlib, posto il controllo dei gruppi di opposizione. In tale quadro, a detta di fonti dell’opposizione, è da giorni che la Turchia, sostenitrice dei gruppi di ribelli nella cornice del conflitto siriano, ha rafforzato la propria presenza militare presso le linee di contatto con l’esercito di Damasco, presso Jabal al-Zawiya, dove sono stati traferiti veicoli militari e soldati precedentemente stanziati a Ram Hamdan.

È stata proprio la Turchia, insieme alla Russia, a favorire un accordo di cessate il fuoco nel governatorato di Idlib, l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine degli ultimi colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Tuttavia, come evidenziato da al-Araby al-Jadeed, Assad desidera prendere il controllo di una regione come Idlib, che consentirebbe di collegare la costa siriana occidentale ad Aleppo, la maggiore città settentrionale del Paese. Ciò ha spinto la Turchia, dall’inizio del 2020, a dispiegare migliaia di soldati nel governatorato Nord-occidentale in circa 60 postazioni militari, così da ostacolare l’avanzata dell’esercito di Damasco.

Come spiega al-Araby al-Jadeed, gli sviluppi sul campo non possono essere isolati da quelli politici. Al momento, si è in attesa di comprendere cosa accadrà al Consiglio di Sicurezza quando bisognerà votare sul rinnovo dell’invio di aiuti verso il Nord-Ovest siriano attraverso Bab al-Hawa, in scadenza a giugno. Si tratta di un meccanismo a cui Mosca si oppone, in quanto considerato una forma di violazione della sovranità di Damasco sulla Siria. Come avvenuto nelle precedenti riunioni, la Russia chiede che gli aiuti umanitari vengano trasferiti attraverso valichi controllati dalle forze filogovernative, mentre altri membri del Consiglio si oppongono. Alla luce di ciò, di prevede una “battaglia degli attraversamenti” e non è da escludersi il veto di Mosca sulla risoluzione relativa all’estensione.

Tali mosse si inseriscono nel quadro del perdurante conflitto siriano, in corso oramai da circa dieci anni. Questo è scoppiato il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione siriana ha iniziato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Assad. L’esercito del regime siriano è coadiuvato da Mosca, oltre ad essere appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah. Sul fronte opposto vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

Già a marzo scorso, Human Rights Watch (HRW) ha messo in guardia dall’impatto del conflitto per la situazione umanitaria. In particolare, il governo di Damasco è stato accusato di non essere stato in grado di far fronte alla crisi di pane, che va ad aggiungersi ad un’economia in declino. A febbraio 2021, almeno 12,4 milioni di siriani, su una popolazione stimata di circa 16 milioni, soffrivano di insicurezza alimentare, secondo i dati del World Food Programme (WFP), con un aumento di 3,1 milioni di persone in un anno. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e il WFP stimano che il 46% delle famiglie siriane abbia ridotto le porzioni di cibo giornaliere e il 38% degli adulti abbia diminuito il consumo per garantire che i bambini abbiano abbastanza risorse per nutrirsi.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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