Russia Francia e Germania discutono di Ucraina

Pubblicato il 8 giugno 2021 alle 15:26 in Francia Germania Russia

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I ministri degli Affari Esteri di Russia, Francia e Germania, rispettivamente, Sergey Lavrov, Jean-Yves Le Drian, e Heiko Maas, hanno tenuto, lunedì 7 giugno, una conferenza da remoto per discutere della risoluzione del conflitto in corso nell’Ucraina Orientale, più precisamente nel Donbass.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ucraina UNIAN, Maas e Le Drian hanno sottolineato i continui sforzi di Berlino e Parigi volti a promuovere il dialogo all’interno del Quartetto Normandia – composto da Francia, Germania, Russia e Ucraina – poiché ritengono sia l’unico formato che possa consentire di progredire verso una normalizzazione della crisi interna. I due ministri europei hanno altresì ribadito che i negoziati dovrebbero essere svolti sulla base delle disposizioni degli accordi di Minsk, sia del pacchetto del 2014 sia del 2015. In tale quadro, Maas e Le Drian hanno esortato la Russia a “dare un contributo positivo” verso tale direzione.

Il Ministero degli Esteri tedesco ha anche ricordato che, il 22 luglio 2020, l’Ucraina, la Russia e i negoziatori dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco completo tra l’Esercito di Kiev e i separatisti filorussi. In tale quadro, Maas ha suggerito che il 22 luglio 2021 potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per confermare le disposizioni del suddetto patto di pace. In aggiunta, tenendo in considerazione delle recenti esercitazioni militari lungo il confine, i ministri degli esteri di Francia e Germania hanno invitato la Russia ad adempiere ai propri obblighi di trasparenza ai sensi del Documento di Vienna.

A riportare le parole di Lavrov è stato il comunicato ufficiale pubblicato, l’8 giugno, all’interno del sito web del Ministero degli Affari Esteri della Federazione. Mosca ha contestato la proposta di Kiev secondo cui sarebbe stato necessario apportare modifiche alle disposizioni degli accordi di Minsk. La critica di Lavrov si è poi altresì estesa “all’inerzia” delle potenze occidentali, le quali, a detta del ministro russo, non avrebbero reagito adeguatamente alla proposta di revisione avanzata dall’Ucraina. Come si legge nel documento, a detta di Lavrov, sarebbero “inammissibili” le “misure discriminatorie” delle autorità ucraine nei confronti delle minoranze russe nel Paese.

Gli accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OSCE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del Quartetto Normandia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II. È altresì importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno degli insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni. Secondo gli ultimi dati ONU, sono circa 13.000 le vittime del conflitto nell’Ucraina dell’Est. Tuttavia, anche dopo gli accordi di pace, le parti continuano a perpetrare il conflitto.

Le situazione nel Donbass è tornata critica tra l’Esercito di Kiev e i separatisti supportati dalla Federazione a partire dal 26 marzo 2021, quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi negli scontri armati. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk.

A seguito di quanto accaduto il 12 aprile, il presidente dell’Ucraina ha invitato l’omologo statunitense, Joe Biden, ad intensificare il sostegno militare e a favorire il rapido ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. L’Unione Europea, la NATO ed altre istituzioni internazionali hanno affermato di monitorare da vicino la situazione, con particolare attenzione ai movimenti delle truppe russe lungo la linea di contatto. L’UE ha chiesto alle autorità russe di astenersi da qualsiasi azione che possa portare all’aggravamento delle tensioni.

La crisi si è aggravata quanto la Russia ha dispiegato circa 100.000 soldati lungo la linea di confine.  Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, la SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche Lugansk e Donetsk, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona.  Nonostante ciò, il 22 aprile, la Russia ha sorpreso la comunità internazionale e ha annunciato il ritiro delle truppe lungo la linea di contatto con l’Ucraina dell’Est. Nonostante non si possa ancora affermare che la situazione si sia normalizzata, sono stati registrati dei miglioramenti, anche se il cessate il fuoco ancora non viene rispettato.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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