Cina-India: boom del commercio nel 2021

Pubblicato il 8 giugno 2021 alle 7:23 in Cina India

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L’amministrazione generale delle dogane della Cina, il 7 giugno, ha diffuso dati in base ai quali, nei primi cinque mesi del 2021, il commercio tra Cina e India è aumentato del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il quotidiano cinese Huanqiu ha affermato che tale incremento di interscambio commerciale è stato il maggiore tra quelli realizzati dalla Cina con i suoi più importanti venti partner commerciali.

Nei primi cinque mesi del 2021, l’interscambio commerciale sino-indiano ha raggiunto un volume totale di 48,155 miliardi di dollari, registrando un aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. All’interno della somma complessiva, l’India ha importato beni cinesi per un totale di 35,898 miliardi di yuan, determinando un aumento del dato del 64,1% rispetto ai primi cinque mesi del 2020. Nel solo mese di maggio 2021, invece, l’interscambio commerciale sino-indiano è stato pari a 9,473 miliardi di dollari ed è aumentato di oltre il 100% rispetto al dato di maggio 2020, quando il valore era stato di 4,622 miliardi di dollari.

Il significativo aumento degli scambi commerciali sino-indiani è stato determinato da più fattori. Tra questi, la diffusione della pandemia di coronavirus aveva notevolmente rallentato il commercio tra le parti nei primi cinque mesi del 2020. In tale arco temporale, il dato aveva subito una contrazione del 23,1% rispetto al 2019 e le importazioni cinesi in India erano scese del 24,8%.

Secondo la testata cinese, i dati commerciali dei primi cinque mesi del 2021 sarebbero particolarmente significativi sia alla luce delle difficoltà esistenti a livello geografico tra i due Paesi, sia del fatto che l’India abbia cercato di limitare il commercio con la Cina in seguito agli scontri di confine, iniziati il 5 maggio 2020. A partire da tale data, lungo la Linea di controllo effettivo (LAC), il confine de facto tra India e Cina, erano iniziati attriti militari tra le parti, culminati il 15 giugno, nella morte di circa 20 soldati indiani nella valle di Galwan, situata tra l’area di Aksai Chin, amministrata dalla Cina, e il territorio indiano di Ladakh, nel settore occidentale della LAC. Per mesi, la Cina non aveva fornito un numero esatto dei propri caduti in tale episodio fin quando, lo scorso 19 febbraio, aveva annunciato di aver perso almeno 4 uomini e di aver riportato anche un ferito grave. 

Nonostante tali tensioni, già nel 2020, la Cina aveva rimpazzito gli USA diventando il primo partener commerciale dell’India e realizzando un interscambio dal valore di 77,7 miliardi di dollari. Dopo la diffusione del coronavirus e il calo della domanda di beni, l’interscambio commerciale tra India e stati Uniti si era attestato a 75,9 miliardi di dollari. Nel 2020, nel quadro degli scambi commerciali sino-indiani, poi, la bilancia commerciale era spostata a favore della Cina e il deficit registrato è ammontato a 40 miliardi di dollari. L’India ha cercato più volte di cambiare lo stato degli scambi commerciali con la Cina con politiche quali il “Made in India”.

Nel corso del 2020, parallelamente a tensioni di carattere militare, tra India e Cina erano cresciute anche le dispute in ambito economico-commerciale. Nuova Delhi, in particolare, aveva adottato cambiamenti alle proprie politiche sugli investimenti esteri in modo da porre limiti alla partecipazione cinese in progetti statali e da richiedere alle aziende cinesi intenzionate ad investire in India di essere sottoposte a revisioni governative. In particolare, secondo le modifiche in questione, gli investimenti provenienti da ogni Paese che condivide un confine terrestre con l’India avrebbero dovuto ottenere l’approvazione da parte del governo indiano. Tale iniziativa aveva bloccato circa 150 proposte d’investimento cinesi, per un valore di oltre 2 miliardi di dollari, e, tra esse, è rientrata anche, ad esempio, l’acquisizione degli impianti di General Motors in India da parte dell’azienda cinese Great Wall Motors. Oltre alle limitazioni agli investimenti cinesi, in seguito alle tensioni di confine, l’India ha anche bloccato varie applicazioni per smart-phone di proprietà cinese.

Secondo un ricercatore della Tsinghua University, Lu Yang, citato da Huanqiu, all’inizio della pandemia di coronavirus l’India ha adottato misure estreme per disaccoppiare la propria economia da quella cinese facendo errori di calcolo.  Per Lu, l’economia cinese non solo si è ripresa rapidamente dall’impatto della pandemia, ma ha anche consolidato il suo status di “fabbrica manifatturiera mondiale”. Alla luce di questo, avendo la Cina “la catena industriale più completa al mondo” sarebbe difficile che gli attori internazionali possano evitare di relazionarsi da questo punto di vista con Pechino e lo sarebbe tanto più per un Paese singolo.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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