Siria, Hama: la Turchia colpisce un accampamento dell’esercito di Damasco

Pubblicato il 7 giugno 2021 alle 17:02 in Siria Turchia

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Le forze turche hanno colpito, per mezzo di artiglieria, un accampamento nella periferia di Hama, nella Siria centrale, appartenente all’esercito affiliato al presidente siriano, Bashar al-Assad. Si è trattato di una risposta alle perduranti violazioni dell’accordo di cessate il fuoco del 5 marzo 2020, il cui scopo è garantire una tregua nel governatorato Nord-occidentale di Idlib.

La notizia, riportata dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, fa riferimento a un attacco perpetrato dalle forze turche, nella sera del 6 giugno, contro Jurin, ritenuta essere la postazione militare più rilevante per le forze di Assad nella regione di Hama, dove si pensa siano depositati lanciarazzi impiegati per bombardare le aree controllate dai gruppi di opposizione, da Idlib a Latakia ad Hama. A detta di fonti di al-Araby al-Jadeed, Jurin è stata bersagliata da almeno 6 colpi di artiglieria, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli sulla portata di eventuali perdite materiali e di vite umane. Ad ogni modo, è stato specificato che l’attacco del 6 giugno ha fatto seguito al lancio di “decine di colpi di artiglieria e razzi”, lanciati nel corso della medesima giornata dall’esercito damasceno contro Jabal al-Zawiya e al-Ghab, nel governatorato di Idlib, provocando la morte di un civile e il ferimento di altri due.

Parallelamente, la Difesa civile siriana ha riferito, lunedì 7 giugno, che una persona è rimasta uccisa a seguito di attacchi missilistici perpetrati dalle forze di Damasco contro Balyun, un villaggio situato nella periferia Sud di Idlib. Tali ultimi episodi si sono verificati in un momento in cui le forze turche, sostenitrici dei gruppi di opposizione nella cornice del conflitto siriano, hanno rafforzato la propria presenza militare presso le linee di contatto con l’esercito di Damasco, presso Jabal al-Zawiya. Si pensa che il comportamento di Ankara derivi da un aumento degli attacchi missilistici e dai “tentativi di infiltrazione” delle forze siriane verso le postazioni occupate dai ribelli.

È stata proprio la Turchia, insieme alla Russia, a favorire un accordo di cessate il fuoco nel governatorato di Idlib, l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli, siglato il 5 marzo 2020 ed esteso al termine degli ultimi colloqui svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso. Sebbene la tregua sia stata più volte violata, l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala. Nonostante nel decimo anno sia stato registrato il minor numero di vittime civili, alla luce di battaglie e offensive meno intense, il conflitto siriano non può dirsi ancora concluso. Ad affrontarsi, dal 15 marzo 2011, vi sono, da un lato, l’esercito del regime siriano, coadiuvato da Mosca e appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah, mentre, sul fronte opposto, vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia.

Nel Nord della Siria vi sono circa 60 postazioni militari turche, sulla base di un accordo raggiunto da Mosca e Ankara, distribuite perlopiù nei governatorati di Idlib, Aleppo, Hama e Latakia. Quindici punti sono posti in aree cadute sotto il controllo delle forze affiliate al presidente siriano. Motivo per cui il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha più volte esortato l’esercito di Damasco ad abbandonare le aree occupate dal mese di aprile 2019, minacciando un intervento delle proprie forze.

Prima della tregua del 5 marzo 2020, Ankara aveva dato avvio all’operazione “Spring Shield”, invitando le forze di Assad a ritirarsi dalla zona di de-escalation, nel Nord-Ovest della Siria. La nuova offensiva faceva seguito alla morte di circa 34 soldati turchi, deceduti a causa di un raid siriano a Idlib, il 27 febbraio. Si trattava di un episodio che aveva fatto temere un ulteriore esacerbarsi delle tensioni, sebbene sia Ankara sia Mosca si fossero dette contrarie ad un conflitto diretto sul suolo siriano.

Nel frattempo, Ankara continua a contrastare la presenza delle Syrian Democratic Forces (SDF) al confine turco-siriano. A tal proposito, fonti locali hanno riferito che l’esercito della Turchia ha bombardato, tra il 6 e il 7 giugno, diversi villaggi a Est di Afrin, città situata nel Nord-Ovest della Siria, mentre il Ministero della Difesa turco ha dichiarato di aver “neutralizzato” 6 membri delle Unità di Protezione Popolare curde (YPG), mentre questi cercavano di infiltrarsi presso aree controllate dall’opposizione siriana. Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché la forza preponderante del gruppo, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde. Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che hanno fornito armi e copertura aerea, mentre la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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