Giordania: violente proteste a seguito dell’espulsione di un deputato

Pubblicato il 7 giugno 2021 alle 10:23 in Giordania Medio Oriente

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Quattro agenti di polizia sono rimasti feriti nel corso di violente proteste che hanno caratterizzato, tra il 5 e 6 giugno, la regione giordana di Naour, situata nell’Ovest del Regno hashemita, nei pressi della capitale Amman. Le tensioni, che hanno visto scontrarsi le forze di sicurezza giordane con membri di una tribù locale, sono scoppiate a seguito della decisione del Parlamento di sospendere un deputato, Osama al-Ajarma, accusato di aver fatto dichiarazioni “offensive” contro l’organo legislativo.

Le autorità giordane legate al Ministero dell’Interno hanno parlato di “attacchi armati contro le forze giordane”, perpetrati dalla sera del 5 giugno, fino all’alba del giorno successivo, da sostenitori “tribali” di al-Ajarma. In particolare, i manifestanti sono stati visti bruciare veicoli e sparare in aria, mentre le forze di gendarmeria hanno impiegato gas lacrimogeni per frenare i “ribelli”. Al momento, sembra prevalere uno stato di calma apparente, mentre i 4 agenti feriti sono stati portati in ospedale per ricevere le cure necessarie. A seguito degli scontri, il Ministero dell’Interno ha affermato che impedirà manifestazioni o raduni “illegittimi” e che qualsiasi forma di istigazione alla violenza verrà frenata con fermezza. La dichiarazione è giunta il 6 giugno, nel corso di una sessione straordinaria del Consiglio dei ministri giordano, in cui è stata presa in esame la mobilitazione nata a seguito dell’espulsione di Osama al-Ajarma, che ha rischiato di minare la “pace sociale”.  

Al-Ajarma è stato licenziato per aver fatto dichiarazioni “offensive” dirette contro l’organo legislativo e le istituzioni statali, e in cui avrebbe incitato i membri della tribù di appartenenza a scendere in piazza, mettendo a repentaglio l’ordine pubblico e la stabilità e la sicurezza sociale. Non da ultimo, il parlamentare avrebbe altresì minacciato la caduta e l’uccisione del monarca giordano, il re Abdullah II. La decisione di licenziare il deputato è stata approvata da 108 membri della Camera dei rappresentanti, su un totale di 119, in una sessione durata circa 10 minuti, dopo che al-Ajarma aveva già presentato le dimissioni, il 2 giugno. Il deputato aveva precedentemente richiesto di aprire un dibattito sui tagli di elettricità che hanno colpito Amman e altri distretti giordani il 21 maggio. A tal proposito, l’esecutivo è stato accusato di aver tagliato l’elettricità di proposito, per prevenire proteste a sostegno della causa palestinese. Per le autorità giordane, invece, le problematiche legate alla fornitura di elettricità sarebbero state provocate da un guasto alla linea che collega Egitto e Giordania. Alla luce del rifiuto da parte della Camera giordana, al-Ajarma era stato sospeso per un anno già il 27 maggio, il che l’aveva portato a presentare le proprie dimissioni.

Quanto accaduto all’interno del Parlamento e tra le strade della Giordania si inserisce in un clima di malcontento generale, provocato dalle difficoltà economiche, esacerbate dalla pandemia di Covid-19 dell’ultimo anno. A tal proposito, si ricorda anche la “faida” verificatasi all’interno della corte giordana, che ha visto protagonisti il monarca del Regno hashemita, re Abdullah II, e il fratellastro, il principe Hamzah. La vicenda, che ha rischiato di minare il ruolo di “oasi di stabilità” della Giordania, ha avuto inizio il 3 aprile, quando le forze armate del Regno hanno annunciato di aver arrestato almeno 20 persone e di aver chiesto all’ex principe ereditario, Hamzah, di cessare tutti i movimenti o le attività che avrebbero potuto minacciare “la sicurezza e la stabilità” del Paese, nel quadro di un tentato colpo di Stato.

Hamzah, da parte sua, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha affermato di essere stato preso di mira per aver criticato il governo giordano, denunciando casi di corruzione e cattiva gestione. Poi, il 7 aprile, il re Abdullah II ha ufficialmente dichiarato conclusa la questione, affermando che Hamzah si trovava con la sua famiglia e risiedeva nel proprio palazzo, sotto la protezione del sovrano. Il principe, ha specificato il monarca, si è impegnato dinanzi alla famiglia hashemita a seguire il percorso dei propri genitori e nonni, ad essere fedele al loro messaggio e a porre gli interessi della Giordania, la Costituzione e la legge prima di qualsiasi altra considerazione.

La Giordania è stata a lungo considerata un baluardo di stabilità in una regione turbolenta. Tuttavia, la pandemia di Coronavirus ha esacerbato un quadro economico già fragile e le critiche di Hamzah rivolte contro la classe al potere hanno rischiato di alimentare maggiormente il malcontento della popolazione, già consapevole della cattiva gestione del governo e delle violazioni dei diritti umani. Anche la decisione di impedire la pubblicazione di contenuti mediatici sul caso Hamzah ha messo in luce una politica propria del Regno hashemita.

Secondo alcuni esperti, particolare attenzione dovrebbe essere rivolta verso le tribù giordane, considerate essere parte integrante della società, oltre che uno dei pilastri dello Stato moderno. I sovrani succedutisi nel Regno hanno provato ad avvicinarsi a tale componente sociale, ma, negli ultimi anni, il re Abdullah II sembra essersi sempre più allontanato, probabilmente temendo di vedere minata la propria leadership. Al contrario, il principe Hamzah ha mostrato un crescente interesse verso i clan giordani, protagonisti della mobilitazione popolare del 2018 e tra le principali voci critiche del governo di Amman.

Gli analisti ritengono che la vicinanza del principe Hamzah con i membri della tribù e le sue occasionali critiche pubbliche alla corruzione diffusa e alla cattiva gestione possano essere alla base di una crisi più ampia. Mentre sarà possibile placare la questione tra Abdullah II e il suo fratellastro, la rabbia della popolazione potrebbe scoppiare da un momento all’altro. Motivo per cui, secondo gli analisti, è necessario che il monarca giordano recuperi il rapporto con le tribù giordane e si impegni a mettere in atto quelle riforme, soprattutto politiche, promesse da tempo.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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