Afghanistan: le difficoltà dell’intelligence degli USA

Pubblicato il 7 giugno 2021 alle 14:59 in Afghanistan USA e Canada

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Mentre le forze armate della NATO si ritirano dall’Afghanistan, l’intelligence degli Stati Uniti deve fronteggiare nuove difficoltà nelle operazioni e il monitoraggio contro il terrorismo, considerati i “rischi sempre maggiori” di una presa di potere da parte dei talebani. 

Secondo quanto riferito il 6 giugno dal New York Times, la Central Intelligence Agency (CIA) è costretta ad “arrangiarsi” per mantenere le sue operazioni di raccolta di informazioni e lotta al terrorismo internazionale, a causa del rapido ritiro delle truppe statunitensi dal Paese. Non solo, la scadenza indicata dal presidente Joe Biden è fissata all’11 settembre, ma indiscrezioni riferiscono che il ritiro totale potrebbe essere completato già entro luglio. Nello stesso articolo, il quotidiano statunitense cita alcuni analisti della CIA, che hanno sottolineato i “rischi sempre crescenti” di una presa di potere a Kabul da parte dei talebani, data l’attuale situazione nel Paese. 

In tale contesto, le alte sfere militari di Washington hanno suggerito che le forze armate straniere potrebbero utilizzare altre basi militari nella regione, per condurre operazioni aeree e di intelligence in Afghanistan, in caso di necessità. I Paesi dai quali questo potrebbe essere geograficamente possibile sono Pakistan, Tagikistan, Kazakistan e Uzbekistan. Tuttavia, a tale proposito, il 23 maggio, l’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kaboluv, ha negato le speculazioni secondo cui gli Stati Uniti stavano prendendo in considerazione l’apertura di basi militari in Uzbekistan e Tagikistan. Il 25 maggio, i talebani hanno minacciato ritorsioni contro eventuali Paesi della regione intenzionati ad ospitare nuove basi degli USA. 

Da parte sua, l’11 maggio, il Pakistan è stato il primo Paese ad escludere la possibilità di nuove basi militari degli USA, per future operazioni aeree antiterrorismo in Afghanistan. Il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, in un discorso ai giornalisti ad Islamabad, aveva spiegato che il suo governo ha adottato una politica che gli consente di essere “solo partner di pace” e di non essere coinvolto in alcuna futura guerra statunitense. “Non intendiamo consentire il trasferimento di uomini sul terreno e nessuna base [statunitense] verrà trasferita in Pakistan”, aveva dichiarato Qureshi quando gli è stato chiesto se l’esecutivo fosse sotto pressione per fornire supporto militare agli Stati Uniti. 

Come sottolineato dal New York Times, la CIA ha utilizzato una base militare in Pakistan per anni, per lanciare attacchi con droni contro i militanti afghani, ma le forze degli USA sono state cacciate dalla struttura nel 2011, quando le relazioni tra Washington e Islamabad si sono ulteriormente deteriorate, a seguito della cattura di Osama Bin Laden in territorio pakistano. Da una parte, gli Stati Uniti hanno accusato il Paese asiatico di contribuire a nascondere il terrorista più ricercato al mondo. Dall’altra, Islamabad ha negato le accuse, affermando di essere estranea ai fatti, e ha duramente criticato Washington per aver effettuato un’operazione militare su suolo pakistano, senza richiedere l’autorizzazione. Il riferimento è alla cosiddetta “Operation Neptune Spear”, condotta dai Navy SEAL statunitensi il 2 maggio 2011, in una struttura situata ad Abbottabad, in Pakistan. 

Nonostante tutto, l’articolo del Times ha riferito che sono in corso discussioni sull’utilizzo di basi pakistane da parte degli USA. “Nelle discussioni tra funzionari statunitensi e pakistani, i pakistani hanno richiesto una serie di restrizioni in cambio dell’uso di una base nel Paese e hanno effettivamente richiesto il potere di approvare qualsiasi obiettivo che la CIA o l’esercito abbia intenzione di colpire all’interno dell’Afghanistan”, secondo tre cittadini statunitensi che hanno familiarità con le discussioni. Per quanto riguarda la possibilità di ottenere una base nelle ex repubbliche sovietiche, gli USA si aspettano una strenua opposizione da parte del presidente russo, Vladimir Putin. 

Citando “diverse persone che hanno familiarità con le valutazioni”, il Times ha affermato che i recenti rapporti della CIA e dell’intelligence militare sull’Afghanistan sono stati “sempre più pessimisti” e hanno evidenziato i recenti guadagni di territorio dei talebani e di altri gruppi militanti nel Sud e nell’Est del Paese. I documenti in questione hanno anche sottolineato che Kabul potrebbe “cadere in mano ai talebani nel giro di anni e potrebbe tornare un rifugio sicuro per i militanti decisi a colpire l’Occidente”. A tale proposito, il 14 aprile, durante un’udienza alla Commissione Intelligence del Senato, William J. Burns, il direttore della CIA, ha dichiarato: “Quando arriverà il momento per l’esercito americano di ritirarsi, la capacità del governo degli Stati Uniti di raccogliere e agire sulle minacce diminuirà – aggiungendo – questo è semplicemente un dato di fatto”. Inoltre, il capo della CIA ha effettuato una visita non annunciata e riservata ad Islamabad, in Pakistan, nelle ultime settimane, per incontrare il capo dell’esercito pakistano e il capo della direzione dell’Inter-Services Intelligence. Tuttavia, una portavoce della CIA ha rifiutato di commentare quando gli è stato chiesto di fornire ulteriori dettagli sulla permanenza di Burns in territorio pakistano.

L’Afghanistan ha vissuto decenni di conflitti e violenze, prima con l’invasione sovietica, poi con le lotte interne e la presa del potere dei talebani e successivamente con una sanguinosa guerra civile e l’aumento della minaccia terroristica. Nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno invaso il Paese, accusato di essere la base logistica dalla quale al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli USA e il luogo dove si era a lungo nascosto il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani. Dopo quasi due decenni di conflitto, un’importante svolta diplomatica era arrivata con l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020. Questo prevedeva, tra le altre cose, una tabella di marcia verso la pace, la fine dei rapporti tra talebani ed al-Qaeda, la cessazione delle offensive contro i grandi centri urbani e il ritiro delle truppe straniere. Tuttavia, l’intesa è stata violata da entrambe le parti e non ha messo fine alle violenze, che sono aumentate durante e dopo le negoziazioni. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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