Oman: perchè sono scoppiate le proteste

Pubblicato il 5 giugno 2021 alle 7:16 in Medio Oriente Oman

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Il Sultanato dell’Oman, più volte definito una “oasi di pace e stabilità”, è stato teatro di violente proteste, dal 23 maggio, sedate con la promessa di 32.000 posti di lavoro. Le cause alla base della forte mobilitazione sono diverse, ma possono essere ricondotte a tre, disoccupazione, tassazione e corruzione.

Scene come quelle del 23 maggio potrebbero essere ritenute insolite per un Paese che, seppur trovandosi in una regione caratterizzata da crescenti tensioni, ha sempre provato a percorrere la strada verso la pace e la stabilità. In effetti, i recenti episodi hanno rappresentato la prima sfida di tal tipo per il sultano Haitam bin Tariq, succeduto, il 10 gennaio 2020, al defunto Qaboos bin Said al-Said. La nuova guida omanita si è impegnata sin da subito a portare avanti progetti e iniziative da inserirsi nel quadro di un “nuovo Oman” e della crescente “omanizzazione”, al fine ultimo di promuovere la crescita e lo sviluppo economico del Paese del Golfo. Tuttavia, quanto accaduto il 23 maggio ha riportato alla mente gli eventi del 2011, quando anche l’Oman è stato investito dalle manifestazioni delle “Primavere arabe”, che hanno visto centinaia di cittadini omaniti scendere in piazza per protestare contro il costo elevato dei generi alimentari e la corruzione. Forse non è un caso che il luogo scelto dai manifestanti il 23 maggio sia stato proprio il Ministero del Lavoro a Sohar, la medesima città settentrionale investita dai movimenti del 2011. Le proteste del mese scorso si sono poi diffuse anche in altre località omanite, tra cui Salalah, nella regione meridionale del Dhofar, oltre a Rustaq, Nizwa e Sur, dove le forze dell’ordine sono state viste intervenire per reprimere i movimenti, sia impiegando gas lacrimogeni contro i manifestanti sia avviando una campagna di arresti.

Sebbene la recente mobilitazione possa sembrare in contrasto con la tradizionale immagine di stabilità del Sultanato, in realtà, il malcontento della popolazione è alimentato da tempo, alla luce delle crescenti difficoltà economiche, esacerbate dalla pandemia di Coronavirus e dal calo dei prezzi di petrolio del 2020, e dai tagli ai sussidi su acqua ed elettricità, a partire da gennaio 2021. Le proteste scoppiate il 23 maggio hanno poi fatto seguito all’introduzione di un’imposta sul valore aggiunto (IVA). Sebbene sia la prima volta che la popolazione si trova a pagare una tassa simile, alcuni credono che l’IVA sia destinata a rimanere nella storia omanita. Si tratta di una misura da inserirsi in un piano quinquennale volto a garantire la sostenibilità finanziaria del Sultanato, riducendo la spesa statale e raccogliendo fondi per finanziare il debito pubblico. Tra le altre misure che hanno destato maggiore attenzione e che si pensa influenzeranno anche altri Paesi del Golfo vi è anche l’imposta sul reddito per i più abbienti a partire dal 2022. Non da ultimo, il tasso di disoccupazione dell’Oman è stato stimato tra il 5 e il 10%, nonostante gli sforzi profusi dal Sultanato per creare opportunità di lavoro per la manodopera locale, dopo anni in cui Muscat ha fatto affidamento su manodopera straniera a basso costo.

Pertanto, le richieste della popolazione sono state maggiore occupazione, un aumento degli stipendi, l’abolizione delle tasse di recente introduzione e, non da ultimo, maggiore responsabilità per la corruzione all’interno delle istituzioni statali. Ancor prima del 23 maggio, già a marzo i lavoratori omaniti avevano fatto appello alle autorità per frenare i licenziamenti, dopo che centinaia di dipendenti della BGP Oil and Gas Services avevano perso il proprio posto di lavoro. Le prime proteste pacifiche erano state organizzate ad aprile dai sindacati omaniti, ma queste erano state perlopiù ignorate, nonostante la popolarità guadagnata sui social media.

Ad ogni modo, la risposta del sultano non si è fatta attendere e, il 27 maggio è stata ordinata la creazione di 32.000 posti di lavoro statali a tempo pieno e part-time. Tuttavia, sottolineano alcuni, si tratta di impieghi già inclusi nel piano economico annuale per il 2021, e del totale promesso, solo 2.000 posti saranno disponibili immediatamente. Si tratta, poi, di contratti temporanei con assunzioni all’interno del servizio militare e civile e non in aziende di rilievo, come quelle di petrolio e gas. Pertanto, si pensa che le richieste della popolazione omanita non siano state del tutto soddisfatte.

Lo sguardo della popolazione è poi rivolto anche all’assetto istituzionale e amministrativo. Nonostante la “rivoluzione” avviata da bin Tariq, non è stato ancora raggiunto il livello di “responsabilità politica” richiesto ancor prima delle Primavere arabe. Il sultano ha introdotto riforme nella struttura amministrativa dello Stato in una serie di decreti reali nell’agosto 2020 e ha emesso una nuova legge fondamentale e la legge del Consiglio dell’Oman nel gennaio 2021. Sebbene queste misure mirino a una “governance più responsabile e tecnocratica”, sono state diverse le voci critiche, che hanno messo in luce la mancanza di trasparenza, oltre che la mancata consultazione delle autorità esecutive in decisioni rilevanti.

Circa la risposta delle autorità del Sultanato alle recenti manifestazioni, le organizzazioni per i diritti umani con sede all’estero hanno intrapreso una campagna a favore dei cittadini arrestati o sottoposti a intimidazioni. Il Centro dell’Oman per i diritti umani ha chiesto il rilascio di Ibrahim al-Balushi e Meshaal al-Ma’amari, entrambi arrestati durante la recente mobilitazione. Al-Ma’amari non è stato autorizzato a contattare un avvocato e alla sua famiglia non è stato detto dove è detenuto. La portata e la velocità degli arresti e il controllo dello Stato sulle informazioni rendono difficile sapere esattamente quanti omaniti siano stati arrestati e chi siano, come osservato dall’attivista e fondatore del Centro per i diritti umani dell’Oman, Nabhan Al Hanshi, secondo cui sono stati più di cento i manifestanti arrestati, per la maggior parte già rilasciati. Stando a quanto riferito, poi, come per coloro che erano stati detenuti nel 2011, il loro rilascio è spesso subordinato ad accordi forzati, in cui ci si impegna a non protestare mai più e a sostenere pubblicamente la polizia e i servizi di sicurezza.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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