Burkina Faso: circa 132 civili uccisi in uno dei peggiori attacchi degli ultimi anni

Pubblicato il 5 giugno 2021 alle 19:33 in Africa Burkina Faso

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Un gruppo di uomini armati ha ucciso circa 132 civili in un attacco avvenuto durante la notte in un villaggio nel Nord del Burkina Faso. Si tratta di uno degli attentati più letali che ha colpito il Paese negli ultimi anni.

Gli aggressori hanno preso d’assalto il villaggio di Solhan, nella provincia di Yagha, al confine con il Niger, durante la notte di venerdì 4 giugno, uccidendo i residenti, distruggendo il mercato locale e dando fuoco alle abitazioni. Il portavoce della provincia, Ousseni Tamboura, ha descritto gli aggressori come “terroristi” e ha affermato che i loro “crimini non resteranno impuniti”. Non c’è stata ancora alcuna rivendicazione immediata di responsabilità.

“Dobbiamo rimanere uniti e saldi contro queste forze oscurantiste”, ha dichiarato il presidente burkinabè Roch Marc Christian Kabore, condannando l’attacco e definendolo un atto “barbaro” e “spregevole”. Il governo ha dichiarato un periodo di lutto nazionale della durata di 72 ore.

Solhan, una piccola comunità a circa 15 chilometri da Sebba, la città principale della provincia di Yagha, è stata colpita da numerosi attacchi armati negli ultimi anni. Il 14 maggio, il ministro della Difesa, Cheriff Sy, e i vertici militari avevano visitato il villaggio per rassicurare le persone e promettere loro che la vita era tornata alla normalità, grazie ad una serie di operazioni militari. “C’è una crescente sensazione, tra molte persone in Burkina Faso che, nonostante la presenza delle forze di sicurezza, la situazione si stia deteriorando”, ha affermato Nicolas Haque, corrispondente  di Al Jazeera da Bamako, nel vicino Mali. L’anno scorso, il governo ha chiesto l’aiuto di miliziani volontari per aiutare l’esercito, ma ciò ha reso le persone che vivono nella zona vittime delle ritorsioni dei ribelli.

Il Burkina Faso è al centro di un’area altamente insicura, che negli ultimi anni ha interessato tutta la parte occidentale della regione del Sahel, causando una delle crisi umanitarie più gravi del mondo. Circa 1,2 milioni di persone nel Paese sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi due anni a causa del conflitto, poiché i gruppi armati legati ad al-Qaeda e all’Isis stanno intensificando i loro attacchi contro l’esercito e i civili, nonostante la presenza di migliaia di soldati francesi e di altre forze internazionali e regionali dispiegate in tutto il Sahel. “È chiaro che i gruppi militanti hanno cambiato marcia per aggravare la situazione in Burkina Faso e hanno spostato i loro sforzi in aree al di fuori della portata immediata della coalizione antiterrorismo guidata dalla Francia che li combatte nella regione di confine tra i tre Stati”, ha osservato Heni Nsaibia, ricercatore senior presso Armed Conflict Location & Event Data Project, riferendosi all’area tra il Burkina Faso, il Niger e il Mali.

La regione desertica in cui convergono i confini di questi tre Paesi è nota come “tri-border area” ed è una zona particolarmente instabile poiché costantemente presa di mira dai militanti islamisti che operano nel Sahel, che collaborano con gruppi di “banditi” locali. La situazione nel Sahel è particolarmente critica a partire dal 2012, quando il Nord del Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata guidata da membri di gruppi armati tuareg alleati con alcuni combattenti di al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, il movimento è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Il supporto internazionale, con una serie di iniziative sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’UE, ha indebolito i militanti, ma la zona è rimasta instabile e le violenze non solo continuano, ma hanno raggiunto nuovi record nel 2021. 

Lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) è un’organizzazione militante islamista affiliata allo Stato Islamico dal 2015, nata da una divisione interna all’organizzazione nota come al-Mourabitoun, “le Sentinelle”, confluita poi nel JNIM. Questo gruppo, a sua volta, è stato formato da una fusione, nel 2013, tra il battaglione al-Mulathamun, “gli Uomini Mascherati” e il Movimento per l’Unità e la Jihad in Africa occidentale (MUJAO). Entrambe le organizzazioni erano derivate da AQIM. A maggio del 2015, Adnan Abu Walid al-Sahraoui e i suoi seguaci dello Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) hanno promesso fedeltà all’ISIS. 

Tuttavia, anche Stato Islamico nella Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), potrebbe aver aiutato l’ISGS nei recenti assalti effettuati nella tri-border area, secondo alcune fonti. L’ISWAP è nato da una divisione dall’organizzazione terroristica nigeriana, Boko Haram, che stava subendo gravi perdite a partire da gennaio 2015, a causa delle offensive di una coalizione delle forze militari della Nigeria, del Ciad, del Camerun e del Niger. Il 7 marzo 2015, Abubakar Shekau, leader di Boko Haram, ha promesso fedeltà allo Stato Islamico della Siria e del Levante, che ha accettato i nuovi adepti e ha annunciato l’espansione del califfato in Africa occidentale, dichiarando che qualsiasi aspirante jihadista che non riuscisse ad entrare in Siria e in Iraq poteva recarsi a combattere in Africa. Nell’agosto 2016, la leadership dello Stato Islamico ha riconosciuto e nominato Abu Musab al-Barnawi come leader de facto dell’ISWAP, cosa che Shekau ha rifiutato di accettare. A causa di lotte intestine, la neonata organizzazione si è divisa in due fazioni, la fazione di al-Barnawi (ISWAP) e la fazione di Shekau (Boko Haram). Si stima che l’ISWAP contasse tra i 3.500 e i 5.000 combattenti, nel febbraio del 2020.

Il dato importante da cogliere è che l’ISWAP ha effettuato attacchi prevalentemente in Nigeria, sin dalla sua formazione. Invece, il centro delle attività dell’ISGS si trova a oltre mille chilometri da Boko Haram e dalla principale area in cui opera l’ISWAP, nella regione Nord-orientale della Nigeria. Questa possibile collaborazione tra jihadisti, unita a quella con i banditi ed alcune comunità locali, nel Sahel genera una serie di rischi per la sicurezza che sono difficili da prevedere. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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