Yemen: rinnovato l’allarme per la petroliera Safer

Pubblicato il 4 giugno 2021 alle 9:28 in Medio Oriente Yemen

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Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha nuovamente esortato le milizie ribelli Houthi a consentire ispezioni presso la petroliera Safer, ormeggiata a largo della città occidentale di Hodeidah, la quale rischia di provocare un enorme disastro ambientale. Gli Houthi, nel frattempo, hanno evidenziato la necessità di far fronte alla “guerra ingiusta” condotta contro gli yemeniti.

In particolare, il 3 giugno, nel corso di una sessione del Consiglio di Sicurezza, il rappresentante permanente per lo Yemen alle Nazioni Unite, Abdullah al-Saadi, ha affermato che le condizioni della petroliera sono peggiorate e che i danni che potrebbero scaturire da eventuali fuoriuscite di petrolio sono divenuti ancora più pericolosi. Ad essere interessate da un simile disastro sarebbero circa 15 milioni di persone. Come evidenziato nel corso del meeting del 3 giugno, gli sforzi profusi per consentire alla missione dell’Onu di ispezionare la nave hanno raggiunto un vicolo cieco. Tale affermazione è stata fatta dal gruppo sciita il primo giugno, il che confermerebbe, secondo rappresentanti delle Nazioni Unite, che gli Houthi sono venuti meno ai loro impegni.

Alla luce di ciò, nella dichiarazione rilasciata dai 15 Paesi membri a margine dell’incontro, i ribelli Houthi sono stati esortati a consentire l’accesso “sicuro e incondizionato” agli esperti onusiani, affinchè questi possano condurre una valutazione imparziale e operazioni di manutenzione iniziali. A detta dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli Affari umanitari (OCHA), la missione è già pronta per recarsi presso la petroliera e lo sarà fino a quando vi saranno finanziamenti da parte dei donatori. Si spera, però, che le operazioni possano essere condotte quanto prima. Sempre il 3 giugno, anche l’inviato speciale dell’Onu in Yemen, Martin Griffiths ha messo in guardia dalla “catastrofe” che Safer potrebbe provocare, ricordando l’esplosione verificatasi, il 4 agosto 2020, nel porto libanese di Beirut, la quale, a detta di Griffiths, dovrebbe servire come lezione.

La petroliera Safer, con a bordo circa 1.1 milioni di barili di greggio del valore di 40 milioni di dollari, è situata a circa 60 km a Nord della città yemenita di Hodeidah. Costruita nel 1976, è ormeggiata sin dal 1988 a largo delle coste occidentali yemenite, fungendo da terminale galleggiante di stoccaggio e scarico, volto a ricevere il greggio di esportazione yemenita e caricarlo sulle navi. Tuttavia, tale petroliera non è stata più utilizzata da quando gli Houthi hanno occupato il governatorato di Hodeidah nel 2015. Avendo preso anche il controllo della petroliera stessa, i ribelli sciiti la utilizzano come oggetto di ricatto verso qualsiasi operazione militare contro la regione occidentale.

Ad ogni modo, l’imbarcazione necessita da tempo di operazioni di manutenzione e, nel corso degli ultimi anni, una squadra dell’Onu designata ha provato più volte a recarsi sul luogo per valutare i danni apportati al serbatoio e alle altre parti dell’imbarcazione, la quale rischia sempre più di affondare. Tuttavia, secondo quanto riferito dal governo legittimo yemenita, i ribelli sciiti hanno ripetutamente ostacolato tali azioni, nonostante sia le Nazioni Unite sia il governo yemenita abbiano messo in guardia da un potenziale disastro ambientale, causato da possibili perdite di petrolio, che potrebbe avere conseguenze disastrose per più di 100 isole situate nel Mar Rosso. In tale quadro, risale al 25 novembre 2020 l’annuncio con cui gli Houthi avevano dato il via libera alle Nazioni Unite, consentendo loro inviare le proprie squadre per un esame preliminare e per le necessarie operazioni di manutenzione. Tuttavia, i ribelli hanno successivamente rimandato l’accesso alla petroliera.

La vicenda si colloca nel quadro del più ampio conflitto yemenita, scoppiato a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014. Ad oggi, le tensioni continuano e, da febbraio scorso, è il governatorato di Ma’rib, ultima roccaforte delle forze filogovernative nel Nord dello Yemen, a destare particolare preoccupazione, alla luce di una violenta offensiva lanciata dai ribelli Houthi. A tal proposito, in una dichiarazione rilasciata il 3 giugno, il leader del gruppo sciita, Abdulmalik al-Houthi, ha affermato che il dovere degli yemeniti è quello di affrontare quella che ha definito una “guerra ingiusta” condotta contro di loro, e, pertanto, è necessario fornire ulteriore denaro e combattenti. Per al-Houthi, la guerra civile in Yemen potrà terminare solo quando i “Paesi aggressori” metteranno fine al proprio assedio e occupazione. 

Ad affrontarsi sui fronti di combattimento yemeniti vi sono, da un lato, i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, mentre, dall’altro lato, le forze governative, legate al presidente Rabbo Mansour Hadi, riconosciuto a livello internazionale, le quali sono coadiuvate da una coalizione a guida saudita. Quest’ultima è intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015 e vede la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrain, Kuwait, Egitto e Giordania.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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