Sudan: proteste nell’anniversario del massacro del 2019

Pubblicato il 4 giugno 2021 alle 15:31 in Africa Sudan

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Il 3 giugno, migliaia di sudanesi si sono radunati a Khartoum, per ricordare il secondo anniversario della sanguinosa repressione militare, che ha causato almeno 128 vittime tra i manifestanti che chiedevano una transizione civile, dopo la deposizione dell’ex presidente Omar al-Bashir da parte dell’esercito. 

Anche il 3 giugno del 2021, i cittadini sono scesi in piazza per chiedere giustizia per le vittime di quel massacro, avvenuto lo stesso giorno del 2019, fuori dal quartier generale militare di Khartoum. Gli organizzatori di quella protesta, che inizialmente manifestavano contro il governo di al-Bashir, hanno lanciato una serie di manifestazioni per chiedere una transizione civile e hanno denunciato la morte di almeno 128 persone durante le violente repressioni dei militari. Dall’altra parte, i generali dell’esercito alla guida del Paese hanno negato di aver ordinato tali uccisioni. Il governo civile-militare di transizione, nato a seguito di un accordo di pace tra le parti raggiunto il 17 luglio 2019, ha istituito una commissione per indagare su tali eventi, che secondo i manifestanti hanno incluso anche stupri e violenze di vario tipo contro le piazze. Tuttavia, le indagini sono andate a rilento, con scarsi risultati, se non quello di alimentare la rabbia delle famiglie delle vittime e la frustrazione delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani. 

Nonostante la transizione, la situazione in Sudan rimane tesa e complessa. In un’altra manifestazione, il 12 maggio, organizzata proprio per chiedere giustizia per le vittime del massacro del 2019, almeno 2 persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite, a seguito dell’intervento delle forze di sicurezza. Il primo ministro, Abdalla Hamdok, si era detto “scioccato”, definendo un “crimine” l’uso di proiettili veri contro “manifestanti pacifici”. Anche questa protesta aveva avuto luogo davanti al quartier generale dell’esercito, a Khartoum. Da parte sua, l’esercito ha ammesso: “Mentre i manifestanti lasciavano il luogo, si sono verificati eventi sfortunati che hanno portato all’uccisione di 2 persone e al ferimento di altre”. I militari hanno aggiunto che sono state avviate indagini. L’esercito, inoltre, ha affermato di essere “pienamente pronto a consegnare alla giustizia chi sarà giudicato coinvolto”. In precedenza, il premier Hamdok aveva dichiarato, in un post pubblicato su Twitter, che le repressioni del 2019 erano state caratterizzate da “estrema brutalità”. Il primo ministro aveva dunque promesso che il suo governo avrebbe “assicurato gli autori delle violenze alla giustizia”.

Le proteste contro l’ex presidente erano scoppiate in Sudan il 19 dicembre 2018 e, in pochi mesi, avevano causato grandi trasformazioni nel Paese. Dopo 16 settimane di manifestazioni di piazza, l’11 aprile 2019, l’esercito era intervenuto per deporre al-Bashir, al potere da trent’anni, e aveva instaurato un governo militare di transizione, con a capo il generale Abdel Fattah Al-Burhan. Questo aveva inizialmente cercato una mediazione con i manifestanti, ma le proteste contro l’esecutivo militare sono continuate. Nel corso della protesta del 3 giugno del 2019, le forze di sicurezza nazionale hanno utilizzato gas lacrimogeno e granate stordenti per disorientare e disperdere i manifestanti. Più tardi, i militari hanno utilizzato proiettili veri contro la folla, provocando un totale di circa 128 morti, secondo il bilancio fornito dal comitato nazionale dei medici. 

L’accordo di pace tra civili e militari venne raggiunto il 17 luglio 2019 e, in base a quanto stabilito nel documento, il nuovo governo, a composizione mista, avrebbe guidato una transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. Il primo ministro Hamdok ha prestato giuramento il 21 agosto 2019, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, al-Burhan, ha assunto invece il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo incaricato di gestire il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più uno designato di comune accordo tra le parti. Il 14 dicembre 2019, al-Bashir, è stato condannato a 2 anni di detenzione per irregolarità finanziarie e corruzione, nel primo dei numerosi processi che l’uomo è chiamato ad affrontare. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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