Siria: alla ricerca di un accordo a Manbij

Pubblicato il 3 giugno 2021 alle 10:53 in Medio Oriente Siria

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Dopo proteste che hanno provocato la morte di 6 manifestanti, l’Amministrazione autonoma curda e gli abitanti di Manbij, città situata nel Nord-Est del Governatorato di Aleppo, nel Nord della Siria, potrebbero aver raggiunto un accordo volto a disinnescare le tensioni e a impedire alle forze di Damasco di ritornare in un’area considerata strategica.

A riportarlo, è il quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base delle informazioni fornite dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR). Dal 31 maggio, gli abitanti di Manbij sono scesi in piazza per mostrare la propria opposizione a una decisione dell’amministrazione curda, la quale gestisce la città, che prevede la leva obbligatoria per ragazze e ragazzi nati dal 1990 al 2003, residenti ad Ain al-Arab, Qamishli, Manbij, Raqqa e Deir Ezzor.  In realtà, a detta di al-Araby al-Jadeed, la disposizione ha rappresentato il culmine di uno stato di malcontento, provocato dal deterioramento delle condizioni di vita della regione. Le tensioni hanno portato l’Amministrazione autonoma curda a imporre un coprifuoco di 48 ore, a partire dall’una di notte di martedì primo giugno, che ha favorito, a detta del SOHR, una relativa calma. Nel frattempo, l’amministrazione curda ha avviato colloqui con i notabili e i comandanti militari di Manbij, al fine di trovare un compromesso che potesse porre fine ai disordini.

La richiesta principale dei clan locali è bloccare e rinviare a successive discussioni la decisione riguardante la campagna di reclutamento. Inoltre, è stato richiesto il rilascio di tutti i manifestanti detenuti nel corso degli ultimi giorni e la formazione di una commissione volta a indagare sulle uccisioni verificatesi durante le violente proteste, presumibilmente provocate anche dall’impiego di proiettili da parte delle forze dell’ordine curde Asayish. Un’ultima richiesta riguarda, poi, la ripresa delle importazioni di cemento e un aumento delle quote di carburante e gas destinate a Manbij. Stando a quanto riportato da Asharq al-Awsat, sulla base delle dichiarazioni di Muhammad Abu Adel, il comandante in capo del Consiglio militare di Manbij, l’Amministrazione curda ha revocato la decisione sulla leva obbligatoria e avrà tempo fino all’11 giugno per rispondere alle altre richieste.

Secondo al-Araby al-Jadeed, l’Amministrazione autonoma curda potrebbe aver acconsentito alle richieste della popolazione al fine di contenere la situazione di caos, che ha visto le forze di Damasco e Mosca precipitarsi a chiedere alle Syrian Democratic Forces (SDF) di consegnare loro i territori testimoni di disordini. Come evidenziato da al-Araby al-Jadeed, le SDF non intendono cedere Manbij a nessun altro attore, che si tratti di Russia, del governo siriano, legato al presidente Bashar al-Assad, o dei gruppi di opposizione, in quanto ciò significherebbe perdere un collegamento rilevante tra le aree da esse controllate nel governatorato di Aleppo.  Ad ogni modo, alcuni analisti hanno sottolineato che Manbij rientra nella sfera di influenza degli Stati Uniti, i quali hanno un ruolo nel determinare le sorti della città.

Le tribù, perlopiù arabe, che abitano Manbij e le aree circostanti hanno più volte mostrato la propria opposizione alla presenza delle SDF nella città. Queste sono un’alleanza multietnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni, il cui braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea, mentre la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco. Proprio nel corso delle operazioni anti-ISIS, le SDF sono riuscite a conquistare, nel mese di agosto 2016, Manbij, portando al conseguente insediamento del Consiglio militare, il quale ha, di fatto, assunto il controllo dell’area. Parallelamente, dal 2018, a seguito di un accordo con le SDF, l’esercito siriano si è schierato alla periferia occidentale e meridionale della città, al fine di impedire l’avanzata della Turchia, la quale si oppone alla presenza delle SDF in un’area così vasta al confine con i propri territori. Tuttavia, l’esercito di Assad, secondo alcuni, desidererebbe ancora entrare a Manbij, considerata la sua posizione geografica, sulla strada internazionale M4, e collegamento per Aleppo, Raqqa e Hasakah.

Gli episodi di Manbij si collocano nel quadro del più ampio conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011 e tuttora in corso. Ad affrontarsi vi sono, da un lato, l’esercito legato al governo siriano e al presidente Bashar al-Assad, coadiuvato da Mosca e appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah, mentre, sul fronte opposto, vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Il 5 marzo 2020, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno raggiunto un accordo volto a porre fine all’offensiva dei mesi precedenti nel governatorato Nord-occidentale di Idlib e a favorire il ritorno di sfollati e rifugiati nell’ultima enclave posta sotto il controllo dei gruppi ribelli. Nel corso dell’ultimo anno, la tregua è stata più volte violata, ma l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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