Israele e la fine del sogno palestinese

Pubblicato il 3 giugno 2021 alle 6:01 in Il commento Israele

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Israele ha subito dure condanne. L’uso della forza contro Gaza è stato giudicato sproporzionato anche dai vertici dell’Onu: i bambini palestinesi uccisi sono stati 63. Michelle Bachelet, alto commissario Onu per i diritti umani, ha dichiarato che Israele potrebbe avere commesso “crimini di guerra”.  È però necessario considerare anche un altro punto di vista, cioè che Hamas abbia voluto subire l’attacco per ragioni di politica interna. Non ci sono dubbi, infatti, che questa guerra sia stata iniziata e voluta da Hamas, che conosce bene la sproporzione di forze tra il suo esercito e quello israeliano. Dunque, perché Hamas ha attaccato Israele con i missili? La risposta richiede di assumere il punto di vista di Hamas. Per riuscire in questa impresa, dobbiamo prima conoscere le sei ragioni fondamentali per cui i palestinesi continuano a vivere nella disperazione. La prima è che gli Stati Uniti hanno smesso di impegnarsi affinché i palestinesi abbiano la propria capitale a Gerusalemme est, come vorrebbe il diritto internazionale. Anzi, in molti casi, ed è sicuramente il caso di Trump, gli Stati Uniti hanno operato contro i palestinesi per fare arretrare pesantemente la loro causa. Gli Stati Uniti continuano a proporsi come i mediatori del conflitto, ma non dovrebbero perché sono schierati in favore di Israele. Il ruolo di mediatore dovrebbe spettare all’Italia, all’Oman o alla Norvegia, per esempio. La seconda ragione è che Israele non ha mai avuto alcuna intenzione reale di consentire ai palestinesi di avere uno Stato sovrano e indipendente con capitale a Gerusalemme est. La strategia di Israele, nel peggiore dei casi, è attaccare i palestinesi, prendendo le loro case e le loro terre; nel migliore dei casi, è prendere tempo per lasciare tutto com’è, sperando che la resistenza palestinese evapori. La terza ragione, per cui i palestinesi continuano a vivere in condizioni tragiche, è che l’Unione Europea non fa niente di concreto per la causa palestinese. La quarta ragione è che i Paesi arabi, che un tempo erano uniti in difesa dei palestinesi, si sono divisi e si attaccano tra loro. Nel 1948, Siria e Arabia Saudita marciavano unite contro Israele; oggi si combattono. Di più: i sauditi sono ormai alleati di fatto degli israeliani, mentre la Siria è un cumulo di macerie fumanti e può limitarsi alla sola propaganda anti-israeliana. La quinta ragione è che l’Iran appoggia Hamas e questo consente a Israele di scagliarsi contro chiunque, Obama incluso, cerchi di migliorare i rapporti con Teheran. Israele non vuole avere buoni rapporti con l’Iran perché, se ne avesse, perderebbe il nemico con cui giustificare lo stato di soggezione in cui tiene i palestinesi. Avere pessimi rapporti con l’Iran è, per Israele, di vitale importanza strategica. La sesta ragione è che il movimento palestinese si fa la guerra al proprio interno. Se la situazione è questa, e non abbiamo dubbi che lo sia, abbiamo davanti a noi una sola prospettiva per i palestinesi: non avranno mai uno Stato con capitale a Gerusalemme est.

Questo ci riconduce alla nostra domanda iniziale: perché Hamas ha avuto l’idea suicida di attaccare Israele? La risposta è semplice: perché, suicidandosi, sopravvive. Per i sei punti indicati, Hamas pensa che la guerra non avrà mai fine e che Israele sarà sempre odiato dai palestinesi. In un simile contesto, i consensi interni si ottengono alimentando l’odio e la guerra contro Israele, che devono essere rinnovati ciclicamente. Giunti a questo punto, possiamo forse provare a individuare i responsabili della condizione tragica in cui versa il popolo palestinese. Come appare evidente, l’intreccio è complesso e i responsabili sono numerosi. Consapevoli dell’azzardo, proveremo ugualmente a classificarli in ordine di importanza, pronti ad accogliere tutte le obiezioni per rivedere la nostra gerarchia. Israele è il primo responsabile. I Paesi arabi sono al secondo posto. Gli Stati Uniti al terzo. Il movimento politico palestinese al quarto. L’Unione Europea al quinto. L’Iran al sesto. Potremmo estendere la nostra classifica ad altri Paesi, ma pensiamo di avere fornito elementi a sufficienza per un dibattito, che auspichiamo moderato: un dibattito che aiuti anche a comprendere la fortuna di vivere in Italia. La moderazione è la virtù più lontana dalla guerra. Nessun Paese, che possa permettersi il lusso di essere moderato, dovrebbe mai sprecarlo.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

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di Redazione

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