Haiti: rapito un ingegnere italiano, attivata l’Unità di Crisi della Farnesina

Pubblicato il 2 giugno 2021 alle 8:45 in America Latina Italia

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Un ingegnere italiano, impiegato in una ditta di costruzioni con sede a Roma, è stato rapito da “individui sconosciuti”, che l’hanno prelevato dal cantiere in cui stava lavorando.

La notizia è stata diffusa, tramite un comunicato della Farnesina, il primo giugno, in cui è stato specificato che l’Unità di Crisi è stata attivata e che questa sta collaborando con l’ambasciata italiana a Panama e con il console onorario sul posto per seguire gli sviluppi della vicenda. Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa ANSA, l’uomo rapito, Giovanni C., di 74 anni, si stava occupando della costruzione di una strada ad Haiti per conto della società Bonifica Spa. L’ingegnere si trovava insieme ad un altro tecnico, la cui nazionalità non è nota, al momento del rapimento, avvenuto nella mattina del primo giugno, ma non è chiaro se anche l’altro impiegato sia stato o meno rapito.

Secondo fonti, definite “informate”, il sequestro potrebbe essere ricondotto a scopi estorsivi, ma, fino ad ora, non sono state ancora diffuse notizie certe in merito all’accaduto. Fonti locali hanno poi precisato che il rapimento è avvenuto in una località nota come Croix des Bouquets e che i responsabili potrebbero appartenere a una gang locale, soprannominata “400 Mawozo”, la quale sarebbe già ricercata dalle forze dell’ordine locali. A detta dell’ambasciatore italiano a Panama, Massimo Ambrosetti, episodi di rapimento non sono rari ad Haiti e le dinamiche dell’accaduto del primo giugno sono simili a quelle di casi precedenti, a scopo di estorsione.

In tale quadro, risale all’11 aprile scorso il rapimento di dieci religiosi cattolici, gli ultimi sei dei quali liberati il 30 aprile, mentre si trovavano in un hotel della capitale, Port-au-Prince. La responsabilità del sequestro è stata attribuita proprio alla gang “400 Mawozo”, la quale avrebbe chiesto un riscatto di un milione di dollari, il cui pagamento non è stato mai accertato. L’episodio è stato seguito dalle dimissioni del governo e alla conseguente nomina di un nuovo premier, Claude Joseph. Era stato il predecessore di quest’ultimo, Joseph Jouthe a specificare che i riscatti richiesti oscillano tra 300.000 e un milione di dollari. Ciò, però, si verifica in un Paese, Haiti, dove circa il 60% della popolazione, composta da 11 milioni di abitanti, guadagna meno di due dollari al giorno.

L’episodio dell’11 aprile si inserisce nel quadro di una “esplosione di rapimenti” che ha diffuso terrore tra la popolazione di Haiti. Una prima ondata di rapimenti e violenze sarebbe da ricondursi alla fase che ha seguito la caduta dell’allora presidente, Jean-Bertrand Aristide, nel 2004, che aveva portato le Nazioni Unite a inviare una forza di pace. Secondo gli attivisti per i diritti umani, quando, ad ottobre 2019, tale forza è andata via, i crimini sono nuovamente aumentati e rapire persone rappresenta una fonte di guadagno redditizia, in un momento in cui l’economia di Haiti è in crescente calo.

Secondo un rapporto dell’Ufficio integrato delle Nazioni Unite, sono stati 234 i rapimenti registrati nel corso del 2020, in aumento rispetto ai 78 dell’anno precedente, il 2019. Tra le persone rapite nel 2020 si annoverano 59 donne e 37 minori. Tuttavia, alcuni ritengono che le cifre siano più alte, considerato che non tutti i casi vengono denunciati, per paura di rappresaglie da parte delle bande responsabili. A detta di un’organizzazione per i diritti umani, Fondasyon Je Klere, ad Haiti risultano essere attive oltre 150 gang, alcune delle quali effettuano perlopiù rapimenti. Parallelamente, a detta dell’Onu, anche il numero di omicidi ha subito un aumento del 20% nel 2020, rispetto all’anno precedente. Le cifre diffuse dalle autorità locali, sebbene inattendibili, parlano di 1.380 uccisioni nello scorso anno.

Il presidente di Haiti, Jovenel Moise, ha dichiarato più volte che il suo governo sta facendo tutto il possibile e che ha investito risorse per far fronte a tali fenomeni. Tuttavia, il 14 aprile, il capo di Stato ha pubblicamente riconosciuto che “i rapimenti sono diventati generalizzati” e che gli sforzi per combattere l’insicurezza persistente sono stati “inefficaci”. Attivisti per i diritti umani affermano che il governo di Moise si è alleato con bande criminali violente per mantenere il controllo sul potere e reprimere le forme di dissenso. Accuse negate dall’esecutivo. Da parte loro, gruppi di opposizione hanno chiesto a Moise di dimettersi e di consegnare il potere a un governo di transizione, che ritarderebbe le elezioni presidenziali e legislative previste per settembre, fino a quando la nazione non sarà abbastanza stabile da garantire una competizione libera ed equa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo e inglese

di Redazione

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