Siria, Nord-Est: tregua apparente dopo violente proteste a Manbij

Pubblicato il 1 giugno 2021 alle 15:36 in Medio Oriente Siria

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L’introduzione di una norma che prevede il reclutamento forzato ha provocato la rabbia della popolazione di Manbij, città situata nel Nord-Est del Governatorato di Aleppo, nel Nord della Siria, scesa in piazza per protestare dal 31 maggio. Fino ad ora, almeno un giovane è rimasto ucciso.

La decisione è stata presa dalle Syrian Democratic Forces (SDF), un’alleanza multietnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni, il cui braccio armato principale, nonché forza preponderante, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Dal 31 maggio, posti di blocco e quartieri generali delle SDF sono stati presi di mira dei manifestanti, mentre gruppi di cittadini si sono scontrati con le forze dell’ordine curde Asayish, intervenute per placare le proteste. Un civile ha perso la vita a seguito degli scontri, mentre almeno altri 3 manifestanti sono rimasti feriti. Parallelamente, secondo quanto riferito dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), anche il villaggio di al-Karsan, situato sulla strada internazionale M4, è stato bloccato da un gruppo di manifestanti, intervenuti per esprimere la propria rabbia a seguito della morte del manifestante.

Le tensioni hanno portato l’Amministrazione autonoma curda a imporre un coprifuoco di 48 ore, a partire dall’una di notte di martedì primo giugno, che ha favorito, a detta del SOHR, a una relativa calma. Nel frattempo, l’amministrazione curda ha avviato colloqui con i notabili di Manbij, al fine di trovare un compromesso che possa porre fine alle tensioni. Le tribù, perlopiù arabe, che abitano Manbij e le aree circostanti hanno più volte mostrato la propria opposizione alla presenza delle SDF nella città. Ad aver scatenato le proteste del 31 maggio vi è stata l’imposizione, da parte delle autorità curde, della leva obbligatoria per i giovani, sia ragazze sia ragazzi, nati dal 1990 al 2003, residenti ad Ain al-Arab, Qamishli, Manbij, Raqqa, Deir Ezzor. Alla luce di ciò, l’autoproclamato governo siriano ad interim ha chiesto l’intervento della comunità internazionale per salvaguardare i civili, scesi in piazza pacificamente, e per frenare l’arruolamento forzato, considerato una violazione del diritto internazionale.

Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea, mentre la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco. Proprio nel corso delle operazioni anti-ISIS, le SDF sono riuscite a conquistare, nel mese di agosto 2016, Manbij, portando al conseguente insediamento del Consiglio militare, il quale ha, di fatto, assunto il controllo dell’area. Parallelamente, dal 2018, a seguito di un accordo con le SDF, l’esercito siriano si è schierato alla periferia della città, al fine di impedire l’avanzata della Turchia, la quale si oppone alla presenza delle SDF in un’area così vasta al confine con i propri territori. Motivo per cui, nel corso degli anni, Ankara ha condotto diverse operazioni. L’ultima, soprannominata “Fonte di pace”, risale al 9 ottobre 2019 e ha consentito ai gruppi turchi di prendere il controllo di alcune città del Nord-Est della Siria, tra cui Tell Abyad e Ras al-Ain.

Gli episodi di Manbij si collocano nel quadro del più ampio conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011 e tuttora in corso. Ad affrontarsi vi sono, da un lato, l’esercito legato al governo siriano e al presidente Bashar al-Assad, coadiuvato da Mosca e appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi filoiraniane di Hezbollah, mentre, sul fronte opposto, vi sono i ribelli, i quali ricevono il sostegno della Turchia. Il 5 marzo 2020, il presidente russo, Vladimir Putin, e il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno raggiunto un accordo volto a porre fine all’offensiva dei mesi precedenti nel governatorato Nord-occidentale di Idlib e a favorire il ritorno di sfollati e rifugiati nell’ultima enclave posta sotto il controllo dei gruppi ribelli. Nel corso dell’ultimo anno, la tregua è stata più volte violata, ma l’intesa di Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di un’offensiva su vasta scala.

A Nord-Est, sono diverse le aree dove la situazione è ancora tesa. In tale quadro si inseriscono le violenze registrate dal 20 al 26 aprile scorso a Qamishli, centro amministrativo dell’amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale. Queste sono scoppiate dopo che un veicolo delle Forze di Difesa Nazionale (NDF), affiliate all’esercito regolare legato al presidente Assad, è stato attaccato dalle forze di sicurezza curde Asayish. Ciò ha dato vita a perduranti scontri, protrattisi per circa sei giorni, con perdite per entrambe le parti, e che hanno portato la Russia a intervenire come mediatrice per risolvere la disputa e riportare la tregua nella regione. L’annuncio ufficiale del cessate il fuoco è giunto il 26 aprile, dopo che le forze di sicurezza curde sono riuscite a ottenere quanto richiesto, ovvero l’allontanamento delle truppe delle NDF dai quartieri di al-Tay e Halko.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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